Articoli con tag ‘scrittori’

Nuovo studio | Quarta parte

Di • 23 mag 2012 • nella categoria: mercoledì, scrittori

Rosella

La mia gonna nera fasciante, il maglione e i collant erano sulla sedia imbottita della mia camera da letto e io li guardavo nell’ombra di quella sera. Tra poco sarei stata la regina dei sughi pronti e delle insalate con il tonno. Ecco, in questo non ero brava. Feci scrocchiare sulla moquette le dita dei piedi. Ero stanca e stupita di non aver combinato nulla: dopo aver sentito il furgone rombare nella strada stretta anche dopo pranzo, per allontanarsi verso la sua destinazione, non ero stata capace di lasciare che il mio tempo scorresse, lasciando che quel senso fatto di nulla passasse, e mi ero impigliata solo in cose inutili, distrattamente. Avevo letto le notizie di qualche quotidiano on-line, mandato un paio di mail, sistemato una slide della mia presentazione in Power Point per la riunione del giorno dopo, camminato scalza per il nostro studio, così enorme e antico da sembrare un ministero britannico. Ero anche scesa al bar vicino a prendere un tè che erano quasi le sei, sperando che tornassero affamati dalle loro commissioni ed entrassero a mangiare un panino. Ma poi avevo capito che per quel pomeriggio non sarebbero più tornati.



Di queste vite | Il Comandante

Di • 22 mag 2012 • nella categoria: martedì, scrittori

Lo trovarono riverso sopra ad una panchina, con il sorriso dipinto in faccia.
Doveva aver visto tutto, e tutto doveva aver compreso, se sorrideva a quel modo.
Era il matto del paese, “il Comandante”.
Camminata marziale con portamento gentile. Mozzicone di sigaro sempre presente nel taschino della giacca quasi sempre stazzonata, accanto ad un foulard che usava ora da decorazione, ora per soffiarcisi il naso.

“Quant’è bello, il Comandante!” diceva qualche donna dal balcone non considerando la follia un limite alla voglia del piacere carnale.
Era partito con l’esercito durante una stagione gelata, che aveva portato la neve fino a quel paese a ridosso del mare dove di solito anche d’inverno si poteva stare in maniche di camicia, e non era tornato se non dopo vent’anni.
Matto.
In compagnia di un altro sé.

“Ciao bello”, era la frase che mi rivolgeva ogni qualvolta incrociava la mia strada.
“Buongiorno, Comandante”, rispondevo, cercando di mascherare con la gentilezza il timore che mi infondeva la stranezza di quell’uomo.
Mai aveva dato preoccupazioni all’ordine pubblico, né tanto meno si era arrogato qualche pretesa verso persona alcuna.



C’era una volta oggi, storie di amore malato | Cenerentola

Di • 20 mag 2012 • nella categoria: domenica, scrittori

“…Poi chiuse gli occhi e morì. La fanciulla andava ogni giorno sulla tomba […], piangeva ed era sempre docile e buona. Quando venne l’inverno, la neve coprì la tomba di un suo bianco drappo…”

Il letto era il cuore pulsante di quella stanza. Non c’era altra anima viva lì, lei era come morta e quel letto era la sua tomba. Il suo cuore batteva ancora, è vero, e i polmoni scambiavano aria con l’esterno, ma nulla più. Un tunnel buio e freddo l’aveva inghiottita.

Il buio, di notte, entrava dai piccoli fori della tapparella e occupava la stanza; la sfiorava, la circondava, era dentro di lei e non l’abbandonava mai. La luce del giorno si perdeva sul comodino, sull’armadietto, sulla sedia di quella stanza d’ospedale e sembrava non accorgersi di lei, non volerla nemmeno sfiorare. Invece la luce l’aveva riconosciuta, sapeva che lei era sporca e brutta e perciò non voleva toccarla.

Sì, lei si sentiva sempre più orribile e sudicia e tutti l’avrebbero vista così da quella sera in poi, la sera della festa al locale. Era tardi, erano tutti fuori dalla sala ormai. Aveva cantato, ballato e bevuto nella notte fonda, ma non era del tutto ubriaca, no, era solo frivola e allegra. Era ferma nel parcheggio ad aspettare il suo ragazzo che era andato a riprendere l’auto, appena fuori, dove l’avevano lasciata all’arrivo. Quando sopraggiunsero in tre, uno le tappò all’improvviso la bocca e con le mani la spinse con forza in un’auto che non conosceva. Poi salirono anche gli altri e partirono a gran velocità. Subito le misero una benda sugli occhi e le legarono le mani; la macchina si fermò.



Il Sacerdote | Terza parte

Di • 18 mag 2012 • nella categoria: scrittori, venerdì

-In quella casa ogni porta che si apre serve solo ad aprire un’altra porta- 
Era parte dell’addestramento. Semplice no? Ci ho impiegato ottocentoventiquattro ore per capirlo.

Ma Grasso si era fermato e aveva cominciato a ridere, mentre il Sacerdote si alzava dal pavimento in modo incerto, senza un piano preciso nella testa (quella cosa non aveva una testa) ma costante come un’erezione

Non avevo i pantaloni. Quanto tempo avevo dormito? Cosa aveva combinato Grasso per tutto il tempo in cui avevo tenuto gli occhi chiusi? Non so neanche per quanto tempo. Ma ottocentoventiquattro ore di addestramento sono abbastanza anche per uno stronzo e so che in un minuto avrebbe potuto infilarmi il diavolo nel culo e farmelo uscire dalla bocca.
“Sei fortunato che non posso toccarti, piccola merdina appesa dal culo. Sei un uomo fortunato. Porti tua moglie a farsi scopare nelle discoteche e offri da bere a quelli che se la fottono. Sei davvero un uomo fortunato. Mmmmm, il Sacerdote viene a prenderti.”



Nuovo studio | Terza parte

Di • 16 mag 2012 • nella categoria: mercoledì, scrittori

Antonio

Il nostro nuovo studio era perfetto, ma mancava qualcosa. Così il capo mi fece chiamare Giuseppe perché mi accompagnasse a recuperare dei quadri dalla galleria d’arte di una sua amica. Io non capivo se in quello studio stessi facendo il praticante o il fattorino. Chiamai Giuseppe al numero che ci aveva lasciato e non sapevo se fosse quello di casa sua o magari del bar che frequentava, come un Marlowe o un Fonzie. Mi rispose una donna che stava fumando e il dubbio mi rimase e me lo volli tenere. Erano le nove meno qualcosa e stavo per saltare il rito del caffè con quelli degli altri uffici, tutti riuniti al bar accanto al palazzo del nostro nuovo studio. Non dovevo nemmeno accendere il computer o temperare matite, dovevo già uscire. Chissà perché mi veniva così naturale lasciarmi impiegare in lavori di fatica, o per lo meno manuali, che non fossero delle fotocopie o delle code alla posta per spedire raccomandate. Io venivo coinvolto nel trasporto e montaggio mobili. Io venivo coinvolto nel trasporto di opere d’arte.



Di queste vite | Da grande mi voglio sposare

Di • 15 mag 2012 • nella categoria: martedì, scrittori

Come altre volte da un anno a questa parte, il signor Giovanni aveva salito le scalette in cemento scorticate della signora Tilde. Aveva chiuso il negozio di alimentari in fondo alla via, all’ora di pranzo, e prima della riapertura si era recato nella casa costituita da un grande salone in penombra, comunicante con la cucina luminosissima, dove Tilde solitamente preparava il caffè per tutti e due.

“Nellina! È arrivato Giovanni. Sbrigati!”
La ragazzina si avvicinò alla sedia accanto al tavolo da pranzo, mettendosi composta e buona, con le mani poggiate sulle ginocchia, la fronte spostata indietro e il mento in avanti.
“Tu sei brava, a mamma. No?”
Giovanni, dopo aver attaccato il giaccone dietro la porta d’ingresso, si sdraiò sull’unica poltroncina della casa, lisciandosi i baffi e gettando uno sguardo fuori dal vetro della cucina, a controllare il tempo in cielo.



C’era una volta oggi, storie di amore malato | Cappuccetto Rosso

Di • 13 mag 2012 • nella categoria: domenica, scrittori

“Un giorno sua madre le disse: “Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Mettiti in via prima che faccia troppo caldo, e quando sei fuori va’, da brava, senza uscir di strada; se no, cadi e rompi la bottiglia, e la nonna resta a mani vuote.”

Era lì in bilico su quell’asfalto consumato da suole di mille scarpe e sembrava fissarmi pur non avendo occhi. Era la quarta o quinta bottiglietta di birra che mi ero scolata, ma il numero era davvero impreciso. Se ne stava lì, con quel suo verde e quella sua etichetta colorata, senza ormai neanche più un goccio dentro. Altro che portare la bottiglia di vino alla nonna: quella me l’ero assorbita per antipasto, con il misero pezzo di focaccia a fare da leggera toppa allo stomaco vuoto in attesa della sua dose alcolica.

Avevo rapidamente imboccato la direzione del pub senza avvisare nessuno. La nonna c’era abituata ormai, sapeva che la sua bottiglia di vino rosso sarebbe potuta arrivare chissà quando oppure mai. Cominciava sempre così, prosciugare a turno quel rosso, poi un giro di più e più birre al pub fino a stramazzare al suolo all’ombra delle colonne. Era il rito del sabato sera. Era vivere. Era essere parte di questo mondo



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