Una qualsiasi sessione estiva degli ultimi dieci anni, intorno al 27 luglio
Aless è seduta in facoltà – in genere in terra in corridoio circondata da fotocopie, libri, evidenziatori e disperazione – in attesa del proprio turno per essere interrogata, insieme a una decina di disperati come lei. Sono a malapena due ore che aspettano, quando il genio di turno se ne esce con “Eh, mi son fatto [numero di minuti a caso, ma comunque non esagerato] di viaggio per fare st’esame, c’ho da fare io”.
Aless scazza e fa “Eh, e figurati io che vengo da Anzio, sto in piedi da stamattina alle 6 e ho preso tre mezzi, tra cui un puzzosissimo treno regionale che ha appena vinto l’ennesimo premio Caronte e devo tornare a casa a lavorare fino a mezzanotte”.
Gente che circonda Aless che impazzisce, e che comincia a ripetere “Anzio, Anzio” come un mantra, nemmeno fosse Los Angeles, o Miami o Salvador de Bahia. Un paio di pazzi comincia a sospirare e a dire “Eh, beata te, il sole, il mare, la spiaggia”.
Aless si guarda le braccia con occhi sgranati e tondi come quelli di un cartone animato giapponese: è bianca, pallida, un po’ giallina, non è esattamente il ritratto della buona salute, non va al mare da almeno quattro anni, non prende il sole da almeno due e la spiaggia è un ricordo lontano. Nondimeno i pazzi che la circondano continuano a ripeterle “Beata te, beata te, il mare a due passi, la spiaggia, i divertimenti, i tuffi, l’abbronzatura, si vede che sei abbronzata”.
Distruggiamo un mito. Ma con picconi e cose così, polverizziamolo: vivere al mare non è vivere in paradiso. Vivere al mare, se vivi in Italia, significa nella maggior parte dei casi vivere in una cittadina di provincia, piccola, carina, a volte pulita, ma per nulla comoda.