On the Rozz #3 Dublino | #discovery

- 22 luglio 2012

La vita di Dublino passa per il Saint Steven’s Green, almeno della Dublino che ho vissuto io. Nel parco c’è una zona dedicata a William Butler Yeats, con una scultura di Henry Moore che ricordo di non aver capito.

La statua di James Joyce, invece, non aveva bisogno di essere capita.

Era lui, con gli occhiali tondi alla John Lennon. Lui che li ha indossati prima che il mondo li conoscesse come occhiali tondi alla John Lennon.

In quel parco ho pranzato, passeggiato, mi sono appisolato.

Anche Isabel, a volte.

Io, lei e Dublino.

La Dublino con le case intonacate a quattro colori.

Una delle poche città, azzarderei anche a dire l’unica, che non ho realmente mai visto in ottica da viaggiatore ma che ho vissuto come se avessi tutta una vita per scoprirla, come fossi nato là, così come sono nato a Roma.

Per dire, le volte che ho attraversato l’Half Penny Bridge per passare da una parte all’altra del Liffey, non c’ho messo più attenzione che se stessi attraversando ponte Cavour sul Tevere col walkman nelle orecchie.

Ecco… la mia Dublino è stata una musica d’accompagnamento, più che una città.

I locali, certo.

I chitarristi per strada, sì.

I negozi di dischi, perché no? Come quello in cui sono entrato con Isabel per comprare il CD in offerta degli Evanescence.

Ma il fatto è che Dublino mi ha ‘accompagnato’ nella voglia di aprirmi, cambiare, non restare l’ex di qualcuno.

Dublino è stata la mia colonna sonora forse incriccata, composta di pezzi casuali, è vero (come quando ho tradotto, per farla capire a Isabel, Ti sento di Ligabue, che era diventata I feel you – e tutto quello che c’era dentro e dietro alla canzone, beh, potete immaginarlo pensando a me e a lei seduti in cucina, la sera, dopo una cena con insalata, tonno e cipolla, prima di fare il nostro giro per birre – riscritta su un foglietto stropicciato con una matita spuntata, un auricolare nel mio orecchio destro, l’altro nel suo sinistro, ascoltando quella voce roca che cantava lo stomaco si chiude, il resto se la ride… appena arrivi tu e io che scrivevo stomach is closed, the rest just laughs… when you arrive) però, nonostante tutto, Dublino era diventata la mia colonna sonora, una incriccatissima colonna sonora.

Mia e di Isabel.

Che poi, per fortuna, pensava a disintossicarmi da questo lato italo-pop portandomi ogni sera in uno dei locali di Temple Bar dove si schitarrava puro ritmo di Irlanda.

 

Commenti chiusi.