On the Rozz #3 Dublino | #comeback

- 29 luglio 2012

Poi è arrivato il tempo di preparare la valigia.

Il tempo di tornare: Isabel in Germania, io a Roma.

Il tempo del nodo in gola.

Così, l’ultimo pomeriggio, abbiamo deciso di fare una delle cose più da turisti che potevamo. Una di quelle che, se vieni a Dublino, la trovi negli occhi di quelli del posto quando capiscono che sei di un altro posto: “Tanto so che l’avresti fatto” dicono quegli sguardi sbronzi di umana comprensione verso le banalità, tipo prendere la gondola a Venezia, il cammello al Cairo, suonare i citofoni il sabato notte e poi scappare via.

Cose banali ma più divertenti dei come stai? Bene grazie fra colleghi, buttati là tutte le mattine degli ultimi sette anni, che tanto basta un istante e chi ti ha fatto la domanda è già tornato a fare quello che stava facendo con il suo sguardo opaco sulle cose della vita.

Insomma, questa cosa qua, in veste pura di turista, a Dublino l’abbiamo fatta.

Puoi scegliere: pensi sia stata una visita ai sette piani della Guinness, nella fabbrica costruita nel 1904?

Quella alla distilleria del Jameson whiskey dal 1780?

O forse siamo andati a cercare lo studio di registrazione degli U2?

Non ho una foto con Isabel, ma quando guardo l’immagine di me a braccia aperte sul muro a fianco di un cancello d’ingresso, mentre sorrido, giovane, un po’ carino e disoccupato, spalmato sulla parete su cui un gran pezzo di mondo è passato lasciando il suo messaggio, in un universo ingarbugliato di colori e frasi, una sull’altra come strati di un millemilafoglie, frasi scolorite dal sole, frasi di pennarelli sbiaditi e vernici storpiate da coltellini che hanno inciso iniziali e date e cuori, davanti a tutto questo groviglio di cose che erano dietro di me, steso a braccia aperte su quel muro, in questa foto senza di lei,

lei c’è.

Isabel.

Che mi sta davanti, con la sua scrausissima macchinetta fotografica digitale, e dice three… two… one…cheese!

 

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