On the Rozz #3 Dublino | #arrival

- 15 luglio 2012

In uno degli agosti meno piovosi degli ultimi anni, a dar retta a quello che dicevano sul meteo strampalato di quei giorni i nostri prof di inglese con le camicie a scacchi e la pelle bianca latte, Dublino ha aperto i miei occhi sul mondo.

C’è stato un prima e un dopo, rispetto a Dublino.

Un A.D.

E un D.D.

Prima, giuro, ero astemio.

Prima, davvero, non avevo baciato più nessuna dal 2000 (quando la ex non era che mia).

Prima, ecco, diciamo, c’era qualcosa di provinciale nel mio modo di vivere la vita.

Mi sono accorto di questo leggendo una saracinesca, già. Cose strane avvengono in corpi all’estero. Tipo frasi che si consegnano ad occhi sconosciuti, come questa qua: art changes people and people change the world.

Mi sentivo il Rocky Balboa dei pantani d’amore che, con la sua deliziosa bocca storta, diceva: “Perché se io posso cambiare, anche tu puoi cambiare e tutto il mondo può cambiare!!”.

E avevo deciso di farlo, cambiare.

Iniziando da un bacio.

Che però, ve lo dico subito, non l’ho dato a chi pensate voi. No, io e Isabel, in una città sconosciuta a tutt’e due, abbiamo fatto solo cose asessuate, romantiche probabilmente – o meglio, involontariamente romantiche – ma del tutto asessuate.

Abbiamo passeggiato a Grafton Street, con i suoi mattoncini stradali color ruggine e i chitarristi che suonavano ogni weekend davanti al negozio Swaroski; abbiamo chiacchierato fianco a fianco, sbucando d’improvviso davanti al Temple Bar, tutto rosso com’era e com’è; e se abbiamo fatto baciare qualcosa, sono state solo le nostre pinte con un cheeeers detto insieme, alla faccia della prima birra della mia vita, quella Guinness… cremosa, densa, scura.

Amore al primo sorso.

La birra, dico.

Noi abbiamo fatto solo cose così, il resto ce l’ha messo Dublino.

Sentite, sinceramente: i miei ricordi irlandesi sono tanto nitidi nelle cose che (ri)vedo a occhi chiusi, quanto oscuri nel tentativo di infilarli dentro alle parole. Sono convinto che se provassi a descrivervi le sere passate a ballareCrazy in love di Beyoncé al Fitzsimons assieme a Isabel, Robert, Carlos, Marco, Esther – che poi sono andato a trovare a Madrid per il Capodanno 2004 (eh, sì, gli on the Rozz sembrano scatole cinesi, a volte) – quel Fitzsimons che chissà se esiste ancora all’angolo tra East Essex Street e Eustace Street, beh, se lo facessi anche con tutta la precisione dei biglietti conservati, delle mappe segnate e delle foto scattate, so che non renderebbe.

Non in questo caso.

Non con Dublino.

Neanche se mi fossi appuntato su un piccolo bloc notes le cose che non volevo dimenticare, seduto davanti alla statua di Molly Malone e alla sua spudorata scollatura di bronzo.

 

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