Parole da adottare e da buttare: Ursenna

- 6 Giugno 2012

Che parola vuoi adottare?

Cipria, perché la mia bisnonna mi sembrava un pesce fritto, ma poi mi sono resa conto, crescendo, di quanto fosse elegante, quel suo gesto di spruzzarsi col pennello. E ancor prima, quel suo modo di scegliere la cipria, in profumeria: la consistenza, il colore, il profumo. Soprattutto il profumo. Quello che la contraddistingueva. Quello che la precedeva. Quello che la seguiva. Nei miei ricordi, la mia bisnonna si materializza uscendo da una nuvola di cipria. E di tanto in tanto, la vado a cercare tra i resti di una scatoletta Yves Saint Laurent (“su rossetto e cipria, non si fanno economie”). E non c’è correttore o fondotinta che eguagli la magia della polvere di cipria che sa restituirmi l’eleganza antica di una persona tanto amata. “Cipria”: ed è un dolcissimo moto del cuore. Sei lettere dall’odore lieve e impalpabile, che è impossibile non sentire.

Che parola vuoi buttare?

Tirocinio, perché si tratta della parola sdrucciola più inelegante del vocabolario italiano. Evoca il tiro mancino e le bugie di Lucignolo. Ben lontano dal noviziato militare del tempo dei romani, il tirocinio dell’anno 2000 è una tiritera senza tutela che fa rima con ladrocinio.  Formazione allo sbando, nessuna fiducia, nessun amore per il lavoro (a cui non è certo finalizzato). Altri erano i tempi in cui il tutore guardava il novizio, fiero di passargli il mestiere, gli stessi ferri, gli stessi calli.

Ursenna, la tirocinante.

 

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