On the Rozz #2 Karpathos | #discovery

- 17 Giugno 2012

Eccoci, in sella al nostro Booster MBK 100.

A guardarlo da lontano sembra Ronzinante, a bordo si rivela Furia. Nei primi giorni della nostra settimana, con lui percorriamo la costa est dell’isola, dalla capitale Pigadia – chiamata anche Karpathos Town – a Spoa e a Aghios Nikolaos: le colonne d’Ercole della strada asfaltata, ci dicono (poi da là, per arrivare all’arroccatissimo Olympos, a picco sul Mar Egeo e ultimo avamposto della tradizione, sarebbe stato solo sterrato).

Abbiamo voluto vederlo con i nostri occhi, e lo abbiamo visto, io e Chiara.

Ma non vi dirò nulla al riguardo.

Sempre in sella, negli altri giorni, attraversiamo l’isola per andare sul versante ovest, verso Lefkos – una sessantina di km tra andata e ritorno: maciniamo tornanti e freniamo su curve a gomito, con il Meltemi a spingerci da dietro fino a quando, dopo un tratto in cui la roccia ci ripara regalandoci 200 metri di silenzio e quiete, non sbuchiamo su una striscia di strada dove il vento ci sbatte contro così forte che sembra fermarci.

Nulla di tragico.
Forse un po’ epico, in effetti.
Ma in fondo siamo in Grecia.
E poi basta indossare sempre gli occhiali da sole.

Karpathos è così, si sale e si scende: dai 400 ai 600 per tornare al livello del mare e spingersi fino ai 1000 metri. Sinusoidi di vacanza a due ruote su assi cartesiani in cui l’asse delle X sa di pino silvestre e quello delle Y di miele.

Ecco, a proposito.

Il tachimetro, quella mattina, segna 78 km all’ora. Siamo sul tratto che porta a Finiki, versante ovest (se qualcuno vi dice che là si
mangia il pesce migliore, credetegli) e stiamo andando a scoprire una spiaggia prima di farci un giro nel pomeriggio a Menetés. Dopo esserci arrampicati un po’, arriviamo su un tratto rettilineo dove una Suzuki Swift rossa ci sorpassa, un bambino saluta dal lunotto posteriore. Faccio ciao con la mano e là, mentre riacciuffo il manubrio, sul collo avverto un dolore circoscritto e, cosa strana, sempre più insistente.

Un sassolino schizzato via dalle gomme dell’auto deve avermi colpito, penso.
Passati 2, 3 km il dolore non diminuisce.
Anzi.

Ecco, mi dico, se ora metto la mano al collo sentirò un senso di umido, poi porterò la mano davanti agli occhi e vedrò il mio sangue. Sono stato colpito alla giugulare, morirò dissanguato. Immagini quasi convincenti, a 78 km all’ora.

Lo so, qui sono finito più sul tragico.

– Cos’hai? mi chiede Chiara. Continui a toccarti il collo…

– Niente, è schizzato un sasso e mi ha colpito.

Altri tornanti, qualche altro km e iniziamo a scendere.

Il Meltemi ci schiaffeggia una volta da destra e una volta da sinistra.

Continuo a toccarmi il collo, il dolore acquista spazio.

Metto ancora la mano: stavolta il sangue non può non esserci, mi convinco.

– Dai, fermati, fammi vedere cos’hai.

– Pizzica, ma niente di grave.

(Il dottor Jekyll della realtà prevale a volte sul signor Hyde dell’ipocondria barra paranoia)

Finiamo i tornanti, facciamo altri 6 km e incontriamo il primo paese.

– Sono 20 minuti che ti tocchi, fammi vedere… dai…

Chiara mi convince. Mi fermo, lei scende, si avvicina.

– Ah.

– Ah?

– Non ti muovere.

Sento le sue dita fare qualcosa, tirare.

La pelle che brucia, il sole che scalda, il vento che taglia. Poi me lo fa vedere.

– Guarda…

Il pungiglione e un pezzo di culo di ape. Me li sono portati addosso per quasi mezzora.

– Senti, ma te sei allergico? mi chiede.

– Boh, da che si capisce?

– Di solito, dopo un po’ si va in shock.

– Quanto?

– Non lo so, mezzora.

– Ah, ecco.

Guardo intorno per cercare una farmacia. C’è solo un bar con tre vecchi che giocano a carte. Mi avvicino, saluto in greco, mi spiego in inglese, mi rispondono in italiano. E la risposta è no farmàcia qui.

Sono passati altri 10 minuti, sono ancora vivo. Poi inizia a formicolarmi la mano destra; riesco a non farmi suggestionare. Che io ci sono portato. Mentre penso a come distrarmi, uno dei tre signori si alza, mi viene vicino e fa cenno di seguirlo. Passiamo sotto un arco bianco diroccato, vicino a un orto con due bombole del gas arrugginite, saliamo una rampa di scale, arriviamo davanti alla porta di casa sua.

– Nicola io, mi dice. Aspeta.

Torna con uno stick sul quale è disegnata una vespa enorme.

Lo apre, mi spalma quella specie di crema squagliata a manciate, mi benedice.

– Ciao, ochei.

 

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