Miticherie #5

- 6 giugno 2012

Le isole galleggianti sono sempre kraken

Per quel che ne sappiamo, il fondo degli oceani potrebbe benissimo pullulare di giganteschi abomini. Abbiamo esplorato foreste fittissime, scavato fortificazioni nella pietra, scalato cime poco ossigenate e piantato bandiere inamidate sulla superficie di satelliti brulli, ma siamo variamente ignari di quel che c’è dentro al mare. E’ per questo – e anche un po’ perché l’uomo galleggia, ma con un certo sforzo – che le creature fantastiche di profonda acqua salata sono tra le più letali e longeve della mitologia di ogni tempo.

Tra i primi a farsi spaventare a morte, intorno al tredicesimo secolo, possiamo ricordare i coriacei islandesi. Nella saga di Örvar-Odds, infatti, ci imbattiamo nel portentoso hafgufa, il mostro più grande ad aver mai abitato le acque del mondo. Capace d’inghiottire uomini, navi, balene e tutto quello che gli pare, l’hafgufa emerge di rado, ma si premura di farcelo sapere. Le imbarcazioni più fortunate possono anche riuscire a navigare indenni attraverso le sue fauci sempre spalancate, facendo ben attenzione e non foracchiarsi la carena incastrandosi contro i denti, che emergono dal mare come isole rocciose, ma non sempre va a finire bene: l’hafgufa si nutre a maree alternate, ma il suo compito è di ghermire tutte le vite che riesce a frantumare, sacrificandole al volere dell’irascibile Ǫgmundur Floki, chiunque egli sia.

A dar ragione agl’islandesi, accorrono anche il mito arabo dello zaratàn e il Konungs skuggsjà norvegese – trattato scientifico nato dall’esplorazione dell’antica Groenlandia che descrive con grande perizia l’astuta tecnica di caccia dell’hafgufa (in pratica, trova un fiordo, lo blocca con le mascelle e aspetta che tutti i pesci gli entrino spontaneamente in gola) -, ma è solamente intorno al 1700 che pescatori, fabbricanti di leggende, vittime di naufragi e polene sfigurate decidono di accordarsi per battezzare degnamente l’atavica paura di finire nella pancia di una smodata bestia natante. Sarà così che, per alzata di mano, l’hafgufa e i suoi fratelli serpentoni di mare diventeranno kraken ed entreranno a far parte della prima edizione del dizionario di Linneo del 1735, sotto la voce cefalopodi. E se Linneo se ne pentirà amaramente, mettendo al bando il kraken da ogni successivo aggiornamento della sua opera, ben pochi gli daranno retta, continuando a navigare con estrema titubanza nelle fredde acque vicine al circolo polare.

Nel 1752, infatti, il vescovo di Bergen ci comanda di diffidare dalle isole galleggianti – “le isole galleggianti sono SEMPRE kraken” –, ma solo trent’anni dopo il dogmatismo norvegese verrà spazzato via dalle acute osservazioni di Jacob Wallenberg, che tenterà di buttarla sul ridere: il kraken non è poi così grosso… a voler proprio contare tutte e quante le teste e i tentacoli non arriva nemmeno ai sedici chilometri di lunghezza. E che sarà mai. Secondo Wallemberg, inoltre, il kraken vive sul fondo del mare, al centro di un generoso ecosistema: circondato costantemente da una festosa corte di pesci grandi e piccoli, il kraken li mangia con gran spasso, ma si premura anche di nutrire i sopravvissuti con le sue esuberanti deiezioni. Il pasto di un kraken dura tre mesi e altrettanti ne impiega a digerire, ma è il ricco banchetto che ne consegue ad attirare le moltitudini dell’ittiosfera. E sono proprio le acque infestate dalla cacca di kraken a rappresentare le zone più fortunate per i pescatori… e anche oggi, se vi capitasse d’imbattervi in vascelli mezzi affondati dal peso di reti stracolme (e un po’ limacciose), salite a bordo, date una virile pacca sulla spalla del capitano e urlate “ARRRRRR, dovete proprio essere finiti a pescare sopa un kraken!”. Il vostro gesto sarà grandemente apprezzato.

Pescherecci e prodotti di mastodontici intestini a parte, la morfologia del kraken si è stabilizzata fino a conferirgli i seguenti poteri distruttivi:

  • tentacoloni frantumatori (il kraken avviluppa e stritola i vascelli)
  • super testata in emersione (il kraken ribalta e/o spacca in due o più pezzi qualsiasi cosa osi frapporsi tra lui e la superficie)
  • tuffo-tsunami (il kraken si finge balena saltatrice, sollevando impressionanti muraglie d’acqua capaci di desolare interi litorali)
  • mossa dello scoglio (il kraken sta fermo e attende che le imbarcazioni gli s’infrangano addosso)
  • maremoto di crociera (il kraken nuota, generando letali e destabilizzantissime scie capaci di scodellare a pancia per aria anche la più possente delle navi)
  • perfect-Cthuhlu-combo (quel che c’è prima, tutto insieme e molto forte)

Insomma, temuto da secoli dalle popolazioni marinaresche e pure da quelle arboricole, ritenuto responsabile di cruenti naufragi ed inspiegabili catastrofi acquatiche, il kraken mastica e si nasconde, ma è anche riuscito a trovare il tempo necessario a convincerci della sua natura fantastica. Infesta il cinema, presta il proprio nome a rollercoaster carichi di bambini grassi, partecipa alle più svariate saghe fantasy e non disdegna l’animazione nipponica. L’unico ad aver smascherato i piani del mostro – e ad averli raccontati con grande impegno scenografico in uno dei suoi componimenti giovanili – è stato Alfred Tennyson, perché serve sempre che qualcuno pensi al peggio, quando bisogna fronteggiare la sconosciuta immensità dell’oceano:

Sotto i tuoni della superficie, nelle profondità del mare abissale, il kraken dorme il suo antico, non invalido sonno senza sogni. Pallidi riflessi s’agitano intorno alla sua scura forma; vaste spugne di millenaria crescita e altezza si gonfiano sopra di lui, e in un baratro di luce smorta, polipi innumeri e giganteschi battono con immense braccia la verdastra immobilità, da segrete celle e grotte meravigliose. Giace lì da secoli, e giacerà, cibandosi addormentato di immensi vermi marini, finchè il fuoco del Giudizio Finale non riscaldi l’abisso. Allora, per essere finalmente visto dagli uomini e dagli angeli, ruggendo sorgerà e morirà sulla superficie.

 

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