Mattia, Michele, condòmini e falò /d/

- 26 giugno 2012

Una folata di ricordi solleva in alto una busta di plastica. Nell’aria intreccia ghirigori di nostalgie, esegue rapidi volteggi e poi plana contro l’asta di un ombrellone aperto per burla.

Mattia cammina nel mare come un fenicottero sgraziato.

Michele è inghiottito da uno spazio immobile.

Mattia guarda Michele che lo guarda.

Michele vorrebbe essere capace di volare e avere una calzamaglia blu o cose del genere.

Una debole risacca abbandona sulla riva una vaschetta di polistirolo. La luce fioca della lampara sfuma dietro al promontorio affilato come un foglio di carta.

Schioccare di ginocchia. Piccole quantità di persone senza espressione sgocciolano a poco a poco sbriciolando il semicerchio accovacciato. Il ragazzo con la faccia tubercolotica ripone la chitarra nel fodero. La ragazza piena di bottoni riconosce nell’oscurità la fine di un sogno o di un qualcosa che non è mai iniziato. L’ultimo ceppo muore e non rimane che carbone e cenere.

Il mento teso, all’insù. Mattia dice qualcosa. Le spalle sotto la linea del mare. La sua voce non ha eco.

La coda di capelli biondi si allarga come la trama di una maglia sfaldata. Una versione ridotta di un fronte schiumoso di quelli che si vedono nei film di surf avanza obliquo e compatto. Il gorgo che ha inghiottito Mattia scompare sepolto dall’acqua.

“Torno a casa. Vieni con me?”

“Non posso”.

“Dove vai?”

Mattia avvolge il mare e ne è avvolto. Affondare in una dimensione altra, priva di parcheggi in doppia fila, di gentilezze professionali, di clacson pieni di rabbia, di corpi vicini e distanze incolmabili. Oscillare nel ronzio infinito come una TV detuned rimasta a sfarfallare tra i granelli di sabbia e i copertoni dei camion, tra i pesci e le anfore greche, tra gli insiemi di plancton e tutte le cose che abitano lì.

Il mare penetra il corpo di Mattia. Il naso spalanca le cavità. La laringe si contrae senza ritmo. L’acqua arriva ai polmoni. L’epiglottide per reazione si chiude. Negli alveoli rimane l’ossigeno stagnante.

Il mare è fuori. Il mare è dentro.

Un fascio di luce illumina bolle d’aria che salgono frementi. Increspature concentriche si allargano come anelli di fumo, sempre più grandi.

A riva un uomo si sbarazza del gilet multitasche. Ha tatuaggi d’altri tempi, quelli di chi ha sbagliato. L’inchiostro è scolorito, ma sotto la pelle sgualcita risiedono avambracci forti e torniti. Un respiro lungo e profondo e sparisce nel buio.

Il torace scheletrico giace sul bagnasciuga. Un orecchio ne ascolta il rantolo. Trenta colpi allo sterno. Michele stira la testa di Mattia all’ indietro e gli apre la bocca. Michele stringe le narici di Mattia. Soffia dentro tutta l’aria che può e tutto se stesso e tutti gli anni passati insieme a bere scotch in una camera tappezzata di libri e a ridere e a piangere con David Foster Wallace e i Napoli-Milano in macchina con poche parole e tante domande.

Un colpo di tosse.

Una goccia scivola dai capelli umidi e s’ infila in un’altra. Le due gocce si fondono e acquistano velocità lungo la guancia cauterizzando ogni ferita.

Un conato di vomito svuota il corpo di Mattia. L’aria sostituisce l’acqua e porta ossigeno al sangue e spazza via l’ anidride carbonica. Il torace di Mattia si gonfia come una montagna nuova che emerge dalla terra dopo un violento terremoto, si deprime rilasciando un flutto caldo. Impronte di piedi segnano la sabbia soffice e bagnata. Nel cielo una corrente atmosferica trascina via una grossa nuvola dalla faccia tetra. Lì una luna gibbosa a ponente fa capolino. Ecco una luce tremolante, vera.

 

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