Mattia, Michele, condòmini e falò /c/

- 19 giugno 2012

Un cercatore di metalli setaccia la spiaggia. Dalla parte iniziale scende verso il mare. Obbedisce a un disegno preciso, disciplinato come un soldato prussiano. Impugna un palo telescopico con un piatto all’estremità che muove come la spazzola di un tergicristallo. Il cicalino avvisa che c’è qualcosa sotto l’area di scandaglio. Il cercatore di metalli accende la torcia. Un ragazzo gli chiede quanto costa quell’affare lì. Il metal detector. Un altro cerca di capire quanto ricava. Entrate e uscite. I ragionieri della notte.

Michele scansa con il piede il corpo della ragazza piena di bottoni. Mugola qualcosa, si rovescia dall’altro lato. È viva.

Le onde accarezzano la spiaggia lasciando sulla battigia bolle di schiuma che subito svaporano. Mattia osserva un mare innaturale, senza faccia. Una pozzanghera enorme e nera. Si leva i pantaloni in gabardine. Li tira in alto e ricadono pesanti e sollevano una nuvola di pulviscolo.

“Ha detto il telegiornale che affonderanno un vecchio cacciatorpediniere. Sarà un’oasi per i pesci e un rifugio per i sub”. Mattia ha guardato Michele con gli occhi lucidi di chi riceve un dono prezioso. Per l’ennesima volta il vino si tuffa nei calici di cristallino soffiato.

“Alla nostra”.

Michele e Mattia hanno terminato il fritto misto di calamari e gamberi. Un olezzo di arancio si insinuava tra tavoli luculliani e citronelle in terracotta, tra frivole dissertazioni e fioriere in finto legno.

I tredici hanno consumato il banchetto come soldati tornati di sera all’accampamento per rifocillarsi in vista dell’ assedio finale Tra bicchieri pieni e subito svuotati l’acciaio delle posate picchiava contro la ceramica dei piatti mescolandosi a parole come “outlook negativo”, “downgrade” e citazioni abusate quali “Quando scorre il sangue è il momento di comprare”. Risate rotonde e toni da avanspettacolo a condire le parole.

Mattia ha steso le lunghe leve. Costeggiando con il calice in mano il tavolo da tredici ha sfiorato i capelli di una donna ramata. Ha sogghignato a un uomo panciuto che ostentava la pancia come può permettersi solo chi è potente.

Mattia ha guardato il riflesso giallo paglierino del bicchiere. Inspirando ha stimolato la mucosa olfattiva, “Profumo fragrante, fruttato e aromatico, con sentori di mela acerba e pesca”.

Un silenzio irreale è calato dai tralicci del pergolato.

“Alla vostra, teste di cazzo”.

Ventisei occhi lo hanno fissato. Un giovanotto pettoruto ha gonfiato il petto pompato da un duro inverno alla pectoral machine. Stava per alzarsi. Il vecchio dalla barba curata gli ha fatto cenno di sedere, “Lascia perdere”.

Uno sbuffo di vento ha gonfiato la tovaglia di cotone e poliestere.

“È così che fate voi: lasciate perdere. È tutta la vita che lasciate perdere. Siete morti. Siete morti”.

Il gambo lungo e sottile in mano, Mattia ha ripreso il suo posto. Il tessuto color coloniale ha assorbito in pochi attimi il liquido fuoriuscito dal bicchiere spaccato contro la base del tavolo. Frammenti di vetro ovunque.

“Signori… è meglio per tutti se lasciate di vostra volontà il locale”, il maitre dagli occhiali a doppia stanghetta ha indossato la maschera dell’indignazione.

Nella sala interna un albero rosso di corallo dominava il buffet. Michele ha rubato una fetta di ananas, “Hanno raccolto un mucchio di legna. Ci sarà un grande fuoco sulla spiaggia”.

“Ci sto”.

“Ti ho mai parlato della ragazza piena di bottoni?”

 

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