Mattia, Michele, condòmini e falò /b/

- 12 giugno 2012

La terrazza del ristorante si affacciava sulla città e sul golfo, poggiata sul blocco tufaceo dalle pareti digradanti giù giù, tra il buio rotto a squarci da giochi di luci artificiali, nella distesa impastata di cemento e umanità. Le colline coperte di caseggiati. Le cinquecento cupole. I quartieri popolari addossati alle vie dello shopping. I palazzi umbertini. Le barche dondolanti nella darsena. Il traffico del lungomare. Migliaia di teste gialle di spilli piantati nel cuore, nell’asfalto, nelle arterie del corpo urbano punteggiavano la cartolina disegnando geometrie impensabili, rivelando un ordine, un senso nascosto tra le pieghe di una fiera ininterrotta, uno spettacolo oltre ogni immaginazione.

“Signori, mi permetto di proporvi l’abbinamento più piacevole”, il maitre dagli occhiali a doppia stanghetta ha scelto il migliore dei sorrisi. Mattia ha sollevato gli occhi dalla carta dei vini. Non gli è mai piaciuto ricevere consigli.

“È una serata speciale. Su, ci porti un Müller-Thurgau”, Mattia severo ha restituito il menù in simil-pelle.

Accanto a Mattia e Michele un lungo tavolo da tredici. A capotavola un vecchio dalla barba curata. Fermo nel carosello di mani fluttuanti e avambracci strizzati e pacche sulle spalle e braccia conserte e mani flosce che stringevano tra due dita sigarette penzolanti. “Dove sei stato in vacanza”. Giacche di lino. Sguardi sbiechi. ”Ci voleva proprio”. Pantaloni bianchi finissimi. Colletti inamidati. Retropensieri indicibili. Ciglia lunghissime. Qualcuno con pretese da intellettuale. Nell’angolo vicino alla balaustra in pietra naturale una voce stentorea ha spronato i vicini, “Dobbiamo seguire sempre gli stessi step: comprare bene – valorizzare – vendere bene”.

Ragazze perlopiù straniere, perlopiù sottili come quelle stampate sui cartelloni pubblicitari ciondolavano tra i tavoli battendo forte i tacchi sui motivi floreali delle piastrelle. Andavano tutte verso il bagno. A gruppi di due, di tre. Mai da sole. Un attore di fiction è arrivato con il suo codazzo chiassoso. Appena sprofondato nella sedia intrecciata in rattan ha incalzato il commis di sala, “Muoviti che abbiamo fame e fretta e ho l’Imperial stasera. L’ospite d’onore deve arrivare in ritardo, ma deve arrivare”.

Un peschereccio borbotta lungo la linea nera tra mare e cielo. È difficile stabilire il punto in cui il trascinarsi tra le chiglie di barche capovolte e sporche di sabbia diventa incedere verso la vastità salmastra. Gli occhi di Mattia seguono la lampara. Un punto di luce nella linea nera tra mare e cielo.

La voce stentorea ha placato il suo furore immobiliarista lasciandosi irretire dalle risate gorgoglianti dei vicini.

Mattia ha aggredito gli spaghetti alla chitarra ai fiori di zucca con una voracità inusuale. Sazio, ha dilatato lo sguardo fino a comprendere nel suo campo visivo i commensali, la città, il golfo e tutto ciò che poteva, “Ecco i moribondi affetti da longevità. Li detesto per quanto sanno organizzare la loro agonia”. Soddisfatto ha avvicinato il tovagliolo alle labbra.

“Tu vivi per negazioni”, Michele ha affondato la forchetta nel piatto. Gli occhi dritti, a puntare il sodale. Conversare con le parole degli altri era il loro gioco preferito. Lui la spalla. Sempre pronto al gancio per il gran finale.

“Quelle che tu chiami negazioni io li chiamo schiaffi, Michele. Uno schiaffo è un’affermazione”.

Un suono familiare come la cinta sulle chiappe di un bambino ha risucchiato l’attore di fiction nei recessi della memoria. Un velo di tristezza è calato sull’ovale bruno. Lo schiocco proporzionale alla forza necessaria per far capire le cose del mondo.

Michele ha lisciato la guancia, come per controllare la rasatura, “Non fa male”.

Ha alzato il calice, “A Cioran, nostro condòmino”.

 

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