Mattia, Michele, condòmini e falò /a/

- 5 Giu 2012

Laggiù, nel semicerchio accovacciato, un ragazzo con la faccia tubercolotica imbraccia una chitarra come un’arma, tra piccoli dèi morti in attesa di un segnale, recita una preghiera o una formula per farsi forza. Non può mollare adesso. Scrolla le membra per levarsi di dosso una fastidiosa parestesia. Le lunghe dita arrancano sulle sei corde. La brace sfrigola per un attimo e ammutolisce. Il falò è uno spettacolo che a breve diventerà avanzi del giorno prima.

Michele agita la mano nel buio. Cerca qualcosa. Afferra solo il vuoto. Allunga il braccio, perlustra la sabbia sotto il lettino anodizzato, sotto il tavolino di plastica. Gli altri, così lontano. Trova la bottiglia di birra. Avvicina l’orlo alle labbra. La gola secca come cuoio. È vuota. La getta dietro le spalle. Sbuffa. Sdraiato, chiude gli occhi. Il tonfo sulla sabbia sudicia è smorzato e caldo, di carne. Flette la schiena. Non capisce. Sì, poi capisce. La ragazza piena di bottoni giace qualche metro più in là con la testa affondata nello zainetto spruzzato di vomito. Ecco dove è finita.

Mattia è dall’altra parte della spiaggia. Accucciato. Oltre il falò, oltre il semicerchio accovacciato, oltre tutto. Le ginocchia al petto, contrito come un cane fragile sotto una panchina di cemento. I suoi occhi non guardano niente. Mattia non sa dov’è l’errore, ma sa che c’è.

Un brusio di parole inutili raggrinzisce come carta di giornale. Bottiglie di vino da quattro soldi. Avanzi di pizza. Lattine ammaccate. Cartoni di pizza. Cicche di sigaretta. Immondizie varie. Ombre scalze prendono a calci un asciugamano appallottolato. Un pattìno è alcova di una coppia nata da pensieri scabrosi.

“È dolce pensare sempre allo stesso pensiero”, Mattia ha esordito così, qualche ora prima, seduto con Michele al tavolo con vista privilegiata.

Il Pirata era stato scelto come al solito da Mattia. Detesta ogni minima incertezze quando si tratta di scegliere un ristorante.

Michele srotola le maniche della camicia. È tempo di andare. Non è facile. Regola lo schienale sul primo livello. Abbassa il tettuccio sulla testa a fare da schermo, ma non c’è sole in questa notte di fine agosto. Solo il lucore di un ultimo ceppo, superstite di un mucchio di legna che ha generato fiamme alte e guizzanti. Tra il crepitare del fuoco e il dimenarsi di corpi sudati Michele ha visto Mattia ballare irriverente. Una forza sconosciuta e violenta lo governava come un pupo siciliano sghembo e senza spada. Un pupo dai tratti normanni, alto e delicato. Posseduto e poi lasciato lì, svuotato. Non lontano da un pattino.

Il cielo è imbrattato da pigre nuvole color ghisa. Quasi tocca il mare. Un mantello nero e senza pieghe che avviluppa la baia fino al profilo di un’isola poco distante.

Mattia distende gli arti inferiori. Spinge le mani aperte contro la superficie granulosa. È in piedi, dritto e magro come un giovane alberello. Si leva le scarpe. Un cane uggiola nell’oscurità. Rimane piantato lì. I piedi conficcati nella sabbia. Solo gli alluci fuoriescono. Mattia è un Sisifo moderno.

 

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