Leone | Terza parte

- 17 giugno 2012

Un mese fa, io e Roberta ci siamo lasciati. È stato inevitabile e doloroso, ma ci siamo lasciati.
Quando una donna se ne va dalla tua vita, lascia una scia di oggetti – una tazza, una bottiglia di shampoo, degli asciugamani – che silenziosamente e quotidianamente ti insultano, intaccando la solidità del castello di sillogismi sui quali hai basato la tua decisione di chiudere. Ma per quanto sia spiacevole la convivenza con questi cimeli del passato, non ce la fai a rompere la tazza, non vuoi buttare nel cesso lo shampoo e gli asciugamani non te la senti di infilarli nel cassonetto della Caritas. Così decidi di restituirglieli, illudendoti che, spariti loro, riuscirai a dimenticare. Metti tutto in una scatola (lo shampoo no, lo shampoo lo usi per sentirti il suo odore addosso) e organizzi un incontro. Quello fra me e Roberta è avvenuto due settimane fa, in un bar del centro, vicino al suo studio. Un posto neutro, indifferente. Io la aspettavo seduto a un tavolino, nascondendomi dietro a un bicchiere di Campari, lei è arrivata con un ritardo minimo e il mostro purulento che è in me è stato ben felice di notare che non sembrava al massimo della forma. Chissà come sembravo io.

Si è seduta senza levarsi il cappotto e ha ordinato qualcosa, più che altro per allontanare il cameriere, poi siamo rimasti in silenzio, fissandoci. Questi lunghi silenzi da film di Antonioni sono stati una costante del nostro rapporto. Negli ultimi tempi, almeno. Come dice una mia amica, in una coppia ci sono due tipi di silenzio: uno buono (non abbiamo bisogno di dirci nulla) e uno cattivo (non abbiamo nulla da dirci). Io ormai sono un esperto di silenzi e posso affermare senza tema di smentite che il silenzio fra me e Roberta era del secondo tipo. La figura, l’ho vista comparire un attimo dopo il ritorno del cameriere e, in questo caso, sapevo di chi si trattasse.
“Che idiota che sono,” ho pensato. “Mi sono scordato di chiedere a Matteo se suo zio Carmine è vivo o morto.”

La madre di Roberta, comunque, è viva. È talmente viva che se entra in un bar con la figlia la puoi vedere subito, e non dopo un po’. E per quanto sia magra, non è trasparente. L’ho vista chinarsi verso Roberta e dirle qualcosa all’orecchio. Un attimo dopo, Roberta mi ha chiesto:
‒ Come stai?
Non le ho risposto subito, cercavo di capire, cercavo… Questo, come potevo razionalizzarlo?
‒ Bene.
‒ Non sembrerebbe.
‒ Non bene.
‒ È più facile da credere.
Di nuovo un suggerimento da parte di madame, poi:
‒ Sono quelle, le mie cose?
C’ho messo qualche secondo a capire. Ho seguito la direzione del suo sguardo fino al pacco poggiato sulla sedia accanto a me. Sì: erano quelle, le sue cose. Erano quelle, il motivo per cui. Erano quelle. Le ho passato il pacco, lei lo ha preso come se si trattasse del cadavere di un neonato. Non che la differenza fosse tanta, in fondo.

 

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