Leone | Seconda parte

- 10 Giu 2012

Mi sedetti di nuovo sul divano. Cercai di concentrarmi sulla partita, ma con la coda dell’occhio vedevo che lo sconosciuto era ancora lì. Sorrideva soddisfatto e ogni tanto si chinava verso Matteo, dicendogli qualcosa all’orecchio. Non sentivo cosa dicesse e sinceramente non mi dispiaceva: il fatto che alla mia allucinazione mancasse l’audio mi sembrava rendere la cosa un po’ meno grave.
Mi voltai verso il padrone di casa.
‒ Conosci mica uno con un grosso naso, un po’ stempiato e che indossa delle bretelle rosse?
Matteo mi fissò perplesso e io per un attimo fui tentato di dirgli la verità.
‒ Dici la foto di là? È mio zio Carmine.
‒ Quale foto?
‒ Quella sul mobile in corridoio.
Non avevo visto nessuna foto, o almeno, così mi sembrava.
‒ No, era…
Mi alzai.
‒ Vado a vedere.
Nel corridoio c’era effettivamente un mobile; sul mobile c’erano delle foto e in una foto c’era Matteo bambino con tutta la sua famiglia, zio Carmine compreso.
‒ No, mentii. ‒ Questo è magro. Quello che dico io è grasso.
Non era grasso. Era lui.
‒ Allora non lo conosco, disse Matteo. ‒ Chi è?
Tornai da loro e mi lasciai cadere sul divano.
‒ Niente, era una barzelletta, ma tu e tuo zio me l’avete rovinata.
‒ Bella barzelletta del cazzo, ghignò Tommaso, che per fortuna sembrava più interessato alla partita che alle mie interruzioni.
Quella volta, finì bene: Enrico e Matteo tornarono insieme e io non vidi più nessun vecchio zio alle spalle dei miei amici. Ci misi un po’, ma alla fine razionalizzai il tutto. Non è difficile razionalizzare, quando l’alternativa è ammettere di avere le visioni.  Mi dissi che probabilmente entrando avevo visto la foto dello zio nel corridoio e che poi avevo avuto l’impressione di vedere la stessa figura alle spalle di Matteo. In quel periodo ero stanco, nervoso e preoccupato: poteva succedere. Per qualche anno vissi tranquillo.

 

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