Leone | Quarta parte

- 24 giugno 2012

A questo punto, sua madre ha detto qualcosa, ma stavolta senza chinarsi. È rimasta dritta, con gli occhi puntati su di me. Sguardo non ricambiato.
‒ C’è qualcosa che devi dirmi?
Da quante voci avevo sentito pronunciare questa frase? Ho avuto il buon gusto di non fare il conto, e comunque sapevo quale sarebbe dovuta essere la risposta:

sìtesorochemimanchiechesenzaditemisentoinutileepersoechecomunqueèmegliosentirsiinutileepersochesentirsifelicedasoloperchénonc’ènientedipiùtristedell’esserefelicidasolieperfavoretornaacasaconmeemettiamocialettoeaddormentiamociabbracciatichisenefregaseèmezzogiornoemezzaèl’unicacosachevoglioanchesesoperfettamentechenondureràperchécomedicevaElvispreferiscoandareavantiascoltandoletuebugiecheandareavantiaviveresenzaditeeElvislesapevaquestecosenoncomeFoscolooRilkechesimassacravanodipippeevistocheciseifammiancheunabellalobotomiachemifacciasmetteredipensarenoncelafacciopiùvogliosmetteredipensarevogliospegnermiilcervelloperfavorespegnimiilcervellofammismetteredipensarefammitrovarelaforzadiarrendermiperunavoltaperfavore.

D’altro canto, sapevo perfettamente quale sarebbe stata la risposta:
‒ No.

La figura ha detto ancora qualcosa e Roberta si è alzata in piedi (io, quasi come un riflesso condizionato, ho fatto altrettanto). Senza dire nulla, con il cadavere del nostro amore fra le braccia e con lo spettro di sua madre alle spalle, si è voltata e si è avviata verso l’uscita del bar. Ha esitato solo un momento, proprio sulla porta, come se volesse dirmi ancora qualcosa, ma la figura, che era sempre alle sue spalle, l’ha spinta fuori, nella luce stupida di un mercoledì di gennaio. Senza sedermi, ho preso il mio bicchiere e ho finito d’un sorso il Campari, poi ho chiamato il cameriere.

‒ Tutto bene?, mi ha chiesto l’ipocrita, che evidentemente si era goduto tutto lo spettacolo.
‒ Sì grazie. Tenga il resto.
Ho indossato il mio loden e l’ho guardato. Il suo sorriso tanto compassionevole quanto fasullo meritava una ricompensa.
‒ Non si volti adesso, ma alle sue spalle c’è un uomo sulla cinquantina, con un’uniforme dell’esercito e una cicatrice sotto l’occhio sinistro. Buona giornata.

In queste due settimane, è andata peggiorando. Ormai vedo figure dietro a quasi tutti quelli che incontro. Per alcuni la figura è sempre la stessa, per altri cambia a seconda dei casi. Qualcuna sta sempre zitta, ma la maggior parte ama dire la sua di quando in quando. Le figure femminili, soprattutto. Non ho ancora detto a nessuno di questa cosa che mi sta succedendo; mi sentirei ridicolo, mi sembrerebbe di essere una versione invecchiata del ragazzino de Il sesto senso.
“I see dead people”… patetico.

La settimana scorsa sono andato a chiedere un consiglio a un mio amico psicologo, ma quando ho visto chi c’era alle sue spalle, ho preferito lasciar perdere e ho finto di avere dei problemi di impotenza. Dice che passerà, che è solo stress.
Ho parlato con Enrico e casualmente ho portato la conversazione sullo zio di Matteo, scoprendo alcune cose che avrei preferito non sapere. Ben mi sta.
Non ho più sentito Roberta, e anche lo shampoo è finito.
Tutto il resto procede senza grossi mutamenti.
Prima o poi troverò perfino il coraggio di guardarmi allo specchio.

 

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