Janas | Terza parte

- 21 giugno 2012

Quanti bouquet di crisantemi, garofani, tulipani, ortensie, papaveri e ceri rossi, tanti da illuminare un aeroporto. Fiori che sfioriranno in una settimana quando tutto tornerà alla consueta fragilità che ben mi ricorda questo cimitero dove dorme mia madre. Con il tempo ho pure smesso di piangere quando le portavo dei fiori il due di novembre. Col tempo ho accettato che anche lei possa essersi nascosta sotto questo metro di terra e da lì sotto ci attende, paziente. Col tempo però non sono passate le basse insinuazioni di paese circa mia madre. Quando i bimbi fanno i capricci si dice loro: Attento! Se non ti comporti bene arriva sa Jana e ti porta via! E altre tonte cose, chiacchiere da ubriaconi, e quassù chi più chi meno bevono tutti, per ammazzare il tempo, e poi tutti finiscono nello stesso camposanto, assieme alla Jana.

In vita le dicevano strega, ammachiada, crobu nieddu. Solo perché faceva la levatrice quando ancora tutti i bambini nascevano in casa, infatti dell’ospedale dicevano “è roba da ricchi, roba da continentali fifoni”. Anche quando era vecchia le dicevano quelle cose, ma sottovoce, perché questi superstiziosi ne avevano soggezione e provavano per lei un certo senso di rispetto, quello dei servi, dettato più dalla paura che dalla stima.

Mia madre non approvò mai che mi fossi sposata con un forestiero cagliaritano, e mai approvò che mio figlio l’avessi fatto nascere in ospedale. Ma per questo figlio mio, mia madre ha sempre avuto un affetto tenero. Aveva come capito che lui, il bimbo, possedesse qualcosa che a me ha sempre fatto difetto. Quell’abilità innata di tranquillizzare le bestie imbizzarrite porgendo loro i palmi delle mani, la voglia di dormire sotto la luna e svegliarsi con gli insetti e gli uccelli al primo ronzare del sole. Per far fronte a questa mia “mancanza” dicevano che mia madre la notte di San Giovanni prendesse un gallo completamente nero e lo mettesse a bollire in un pentolone, finché la carne molle e gli ossi non si fossero staccati con facilità. Prendeva allora uno specchio e uno a uno rifletteva gli ossi finché non ne avesse trovato uno privo di riflesso. Con questo osso in tasca si poteva entrare in tutte le case senza essere visti, silenziosi, invisibili come dei morti. Mia madre copriva i miei polsi di bambina di laccetti e ninnoli portafortuna. Non ricordo però ossi di gallina tra questi.

Ho preso il treno per tornare a casa. A novembre la terra qui è gialla e le piante soffrono per il freddo e il vento che soffia, ma vivono in ogni caso. In tanti come me tornano a casa dopo aver portato fiori ai propri morti.

Le bestiole scappano quando sentono arrivare il treno, anche le vacche che pascolano, come se sapessero che dentro al treno ci sono io. Mi sono risvegliata come da un brutto incanto, ho capito che tutte le persone in questo vagone passeranno, passeranno come è passata mia madre; torneremo tutti al buio e lì si perderanno le nostre voci e le stupide credenze di tutti. Solo questa patria resterà, vecchia come il mare. Così vecchia che il terreno che ricopre le colline sembra si stia consumando. La terra e l’erba, come gengive che si ritirano, svelano dei molari di granito mezzi sepolti. La Sardegna è una moltitudine di denti nascosti sotto l’erba. La mimesi naturale di queste pietre con i molari di una bocca è indicativa di un fatto: qui non c’è nessuna fretta, non servono mica i canini degli uomini per sbranare tagliare e uccidere. Qui c’è tutta l’eternità a disposizione per macinare triturare e consumare il tempo.

 

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