Janas | Seconda parte

- 14 giugno 2012

Quando alla fine mia suocera è morta di vecchiaia mi sono trovato a pensare meglio tardi che mai. Evidentemente mi stavo rassegnando al fatto che prima o poi mi avrebbe seppellito lei. E invece no. L’ho seppellita io. Che ridere. Adesso basta ridere, perché quella cornacchia nera me ne ha fatte di tutti i colori, e mi sono sentito tranquillo solo quando il becchino le ha messo sopra la lastra di marmo.

È iniziata così, semplicemente, come vanno queste cose. Mi sono sposato con sua figlia, la più bella del paese: occhi di zingara, capelli ricci e neri. E là al suo paese mica erano contenti. Perché era la più bella e tutti le avevano messo gli occhi addosso. Durante la festa del matrimonio, visto che ero forestiero, mi hanno fatto bere vino fino a ubriacarmi poi, legati mani e piedi, mi hanno deposto sopra un carro e mi hanno messo delle corna di legno sulla testa. “È la tradizione!” dicevano, ma erano tutti gelosi che mi sposassi con la più bella del paese. La più gelosa di tutte era mia suocera. Non mi ha mai avuto in simpatia, perché pensa questo di noi forestieri, che siamo tutti figli di puttana, avanzi delle galere saracene, gente impazzita per il troppo sole e l’acqua salata. E magari ha pure ragione, ma noi quando loro su al paesino si pulivano il culo contro la corteccia degli alberi, noi, la gente del porto, eravamo già i servi dei fenici, servi da generazioni. Ecco, ho detto tutto.

Così ho preso mia moglie e l’ho portata a vivere lontana dalla madre almeno ottanta chilometri, siamo andati a vivere in riva al mare. Lì ci è nato un bimbo, bello come un moro ma pazzo come un cavallo, pazzo come la madre e pazzo come la nonna. E per quella vecchia cornacchia questo bambino avrebbe fatto carte false. Mi venivano i brividi a dover prendere bagagli e famiglia per tornare su al paese a trovare nostra suocera, per farle vedere il nipotino. Appena entrati in paese, un terribile muggito annunciava il nostro arrivo, come se le bestie fossero in combutta con quella vecchia cornacchia. Ma era subito festa per nostro figlio. Festa pagana s’intende, e come in qualunque festa solenne, era proibito lavorare. Non lo impediva nessun precetto della chiesa, era mia suocera che voleva così e guai al malcapitato che osava disobbedire.

Come quella volta che mi sono messo a spaccare la legna per il camino. Una scheggia mi è finita dentro all’occhio e stavo per perderlo. Quella vecchia a rimproverarmi, e mentre lo faceva mi curava l’occhio con un’erba simile alla melissa ma che puzzava come naftalina. Chissà perché tutto quello che toccava quella vecchia puzzava di naftalina. Gli abiti, le scope, le tovaglie, gli asciugamani, il pane, le risate, il nostro bambino. Come se sudasse naftalina. Lassù al paese dicevano di mia suocera che fosse una strega, una delle Janas, e poiché le avevo rubato la figlia lei ricambiava con tutti quei dispetti. Come ad esempio la volta che mi sono diventati i capelli bianchi per un pomeriggio. È successo così: entro in casa di mia suocera e mi diventano i capelli bianchi. Mia moglie a dirmi: Sesi unu tontu! Sei un buffone, alla tua età a fare ancora questi scherzi. Ridevano tutti, e non ho voluto guastare la festa a nessuno. Quando siamo andati via da casa di mia suocera ho visto che avevo i capelli ancora neri.

Al suo paese le chiamano Janas, e guai ai forestieri. Il paese di Gairo vecchio immaginava la regina delle Janas come un grosso gatto nero, pronto a graffiare e soffiare sulla pelle di coloro che il martedì grasso lavoravano, anziché godere della festa. In qualche altro paese veniva chiamata Janedda, ma è sempre lei, che si camuffa con tanti nomi. Prima che le chiudessero sopra il baule, il corpo di mia suocera pareva ridesse. Ho visto dei vecchi di fronte alla sua lapide borbottare O pesas bentu o ti scallidi su bugginu che vuol dire: o porti il vento o ti possa squagliare il demonio. E dopo alcune ore, a detta degli stessi vecchi, si levava il maestrale, che turbinando tutt’intorno separava la pula dal grano e ripuliva le aie.

 

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