Janas | Quarta parte

- 28 giugno 2012

Quando il sabato pomeriggio cammino sul piazzale della chiesa tutti si tolgono il cappello dalla testa e mi salutano. E sapete perché? Perché il prete è la persona più importante del paese. Più del sindaco, più del farmacista, più del santo patrono, che lui poveretto è solo una statua di legno che portiamo in processione il 21 di aprile per le vie del paese. Tutti si tolgono diligentemente il cappello dalla testa: i cornuti, i fedifraghi, gli spergiuri, i blasfemi, i ladri di bestiame e i ladri comuni, tutti in coro, “buon pomeriggio don Piras”. Buon pomeriggio a voi.

Al prete raccontano tutto, ma proprio tutto, per sgravarsi dal peso dell’anima, peccati innominabili ripuliti dei dettagli più sconci perché pensano che io non abiti in questo tempo e in questi luoghi, pensano che abbia delle orecchie più delicate delle loro. Penso ci voglia un padre severo per queste greggi e non un padre debosciato che sappia dire soltanto sì. Perché costoro sono solo dei superstiziosi, e che chiamino il regno del Signore Inferno o alternativamente Paradiso e poi ancora Averno o Tartaro o con qualche altro vecchio nome di derivazione popolare, la sostanza non cambia: hanno solo paura della morte. Non si avvicinano alla fede con cuore limpido e aperto, ma con paura superstiziosa. Potrebbero chiamare nostro Signore Iddio, Gesù Cristo Bacco o Mérdule se lo comandassi loro grazie al mio latinorum. Credono ancora che San Giovanni sia sceso all’inferno con una cannuga po figu e lì ci abbia nascosto dei tizzoni ardenti, rubandoli al diavolo. Credono che abbia fatto ritorno sulla terra e che abbia insegnato agli uomini a utilizzare il fuoco. Credono che Sant’Anna quando impastava la farina per fare il pane la facesse moltiplicare a dismisura. Così la disegnavano fino a trent’anni fa nelle chiesette di campagna a lei dedicate: una panettiera con l’aureola.

Dicono della levatrice che fosse una strega, una diavolessa, una delle Janas fatate figlie di Babbu Urcu. Questo chissà poi perché. Quando la poveretta si confessava elencava le preghiere fatte da lei per i suoi cari, per la figlia e altri parenti. Diceva di avere in odio mortale le tarme e altri insettucoli. Non si capacitava di come nostro Signore Iddio avesse creato queste bestiole per darle il tormento. Era tanto pia e devota che un giorno fece un voto e pregò accoratamente la Vergine perché il marito, una domenica a pranzo, a momenti moriva avvelenato a causa della naftalina che lei nascondeva quasi pure nella mollica del pane.

Io dico che questi superstiziosi meriterebbero molto di più e che il buon Gesù Cristo dovrebbe apparire loro sfavillante nelle sue vesti immacolate. Dicono che in Puglia viva un sant’uomo, dicono che abbia anche le stigmate. Ecco io dico che nostro Signore farebbe bene a pensare a tutti i suoi figlioli, e dico tutti per dire noi, di farci un bel miracolo che c’è tanto bisogno. Non è giusto che i miracoli avvengano sempre in continente, dico io. Costoro, questi figlioli superstiziosi mettono degli orecchini fatti con i frutti dei corbezzoli sulle orecchie delle pecore, perché pensano che la levatrice del paese le nasconda sotto gli alberi. Ecco, dico io: possibile che non riescano a riconoscere l’abigeato dallo zampino del demonio? Ecco Signore Iddio misericordioso, ti prego, ascoltami, trovami un miracolo, una madonna piangente, un fraticello che sana i ciechi. Chi lo meriterebbe con più urgenza, se non questo paesino?

 

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