Janas | Prima parte

- 7 Giu 2012

Mia nonna quando ero bambino mi cantava una filastrocca che aveva il dono prodigioso di farmi addormentare all’istante: Custu est su porcu, custu dd’ha mottu, custu d’adi abruschiau, custu si dd’at papau, e  custu a nau “Chiu! Chiu!” poitta no ndi dd’hanti lassau. Vuol dire più o meno: Questo è il maiale, costui l’ha ucciso, quest’altro l’ha abbrustolito, questo l’ha mangiato, e questo ha detto “Chiu! Chiu!” perché non ne hanno lasciato. Quando nonna pronunciava il proverbiale Chiu! Chiu! le palpebre pesanti mi costringevano a sogni beati, dove maialini e asinelli correvano, grufolando e ragliando, verso una stella gialla all’orizzonte dove c’ero io colmo di aspettative. Al mio risveglio, non vedendo più i raggi del sole, stupito mi domandavo sempre che giorno fosse, poiché mi convincevo di aver dormito per delle settimane.

Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di magico e di arcano in mia nonna, ma non perché si dicesse in giro che alla sua veneranda età di novant’anni ne dimostrasse appena cinquanta ‒ da bambino non mi curavo certo di queste cose, poiché un bimbo non comprende la grandezza di un decennio e nemmeno di un mese.

In paese dicevano che fosse una delle Janas, cioè uno spiritello dei boschi e delle campagne, spiritelli dispettosi ormai estinti. Ciò che mi dava da pensare sul suo conto era piuttosto il profumo che aleggiava per tutta la casa, magico e alato, preannunciandola. Spesso giocando a inseguire le galline dentro al pollaio avvertivo quell’odore dentro alle narici, seguito dal rumore inconfondibile dei suoi passi, e una voce in lontananza tra le mie tempie diceva bellixeddu de su coru miu, non spaventare gli animali! e scappando dentro alla cucina me la trovavo intenta a cucinare, come se avesse il dono dell’ubiquità. Spesso, dopo aver corso a perdifiato dal pollaio alla sua cucina la sorprendevo a levitare a un metro d’altezza intenta a pulire il lampadario con una pezzuola bagnata, da lassù mi diceva bambino mio, adesso nonna appena finisce ti da mangiare il maialetto. Ricordo che alla sera cuciva a mano o rammendava i calzini logori di mio nonno, tenendomi sulle sue ginocchia. Staccava le dita dall’ago e lo guidava senza toccarlo. Quello, docile, infilzava il tessuto affondando e riemergendo come un pesce nell’acqua. Non ci vedevo nulla di strano, anche se mia nonna mi sorrideva discreta poggiandosi l’indice sulle labbra: Ssssh, questo non dirlo a nessuno, nemmeno a mamma.

Quando nonna è morta è venuto meno anche quel suo profumo. Solo in età adulta l’ho riconosciuto: naftalina. Talvolta quando il maestrale soffia si sente l’odore della naftalina provenire dal cimitero dove lei riposa, questo rafforza le voci di paese che corrono sul suo conto.

Sulle Janas infatti si dice che siano degli spiritelli dispettosi, che facciano perdere la via del ritorno ai viandanti e ai forestieri. Che nascondano dietro ai cespugli le pecore ai pastori. Che scambino brocche d’acqua con brocche piene d’acquavite sulle tavole degli astemi. Per sfuggire a queste innocue burle, alle pecore è bene mettere gli orecchini, al viandante è consigliato indossare la giacca al contrario o avere i calzini spaiati, così da sembrare un picchiatello, un lunatico. Infatti le Janas non si prendono mai gioco dei pazzi, dei bambini o degli animali. Sono dispettose solo con i savi o con coloro che vivono la vita come una lunghissima quaresima. Non ho mai raccontato di mia nonna e dei nostri segreti, fino a questo momento, perché condividere purtroppo è come dividere; è frazionare la gioia di una complicità per orecchie che non la possono intendere. Ma su, al paese di mia nonna, sono ritenuto un picchiatello, sicché queste mie parole non verranno credute, proprio per questo non cadranno perse nel buio. Su, al paese di mia nonna, quando il profumo della naftalina si propaga per tutta la campagna, è molto probabile che si sia perduto un turista tedesco tra le frasche e tutti si fanno in quattro per andarlo a cercare, io invece sono l’unico che ridacchia sotto ai baffi annusando il maestrale.

 

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