On the Rozz #1 Trapani | #arrival

- 13 Maggio 2012

 

Trapani, quando arrivi dall’autostrada che viene da Palermo, ti accoglie con un paio di rotonde, ti scarrozza in una decina di traverse in cui vale la regola chi vuole passa – il che, se sei nato e cresciuto a Roma, non ti crea particolare incertezza; comunque non quanto avere davanti solo la sabbia della Savana (ma questo è un altro viaggio) – e poi, se ti presenti con sufficienza a un paio di incroci, Trapani ti fa ritrovare nel quartiere (che in realtà quartiere non è) di Casa Santa, sotto a monte San Giuliano.

Là sopra c’è Erice.

Solo che tu, ora, sei là sotto… e la Rozza dice: non ti distrarre. Immagina, puoi (la battuta me l’ha suggerita George Clooney, dice che funziona).

Sei davanti a un lungo viale, davanti a te spartitraffico e alberi. Da qua, a guardarla, la strada che scende verso il mare ti lascia addosso la stessa euforia di un bambino che ha appena finito di salire sullo scivolo, si siede, trattiene un po’ il respiro e decide di lanciarsi.

Trapani è così, vive di vento e corse verso il mare. Così te la fai tutta, quella strada, ignorando le volte che cambia nome – via Manzoni, corso Pier Santi Mattarella, via Fardella, viale Regina Margherita – e arrivi giù, in fondo.

Davanti a te, il mare.

Trapani, io, ho imparato a scoprirla da questo punto.
E ve lo consiglio.
Non ho potuto metterci una X per riconoscerlo. Ma è come se ci fosse, lo capite appena ci arrivate.

Chiara dice che se ti metti in questo punto e non pensi ma osservi e basta, vedi La Havana. Davanti a te, nella curva che fa la costa, con il lungomare che vira verso destra, finendo su una striscia di terra a punta. Là, Torre di Ligny.

–  Guarda, mi dice. Il mio Maleçon.

E i miei occhi lo fanno, guardano l’orizzonte e inciampano su due cupole, la curia Vescovile e il convento di san Francesco d’Assisi.
Le onde sbattono sugli scogli e gli occhiali da sole si schizzano di sale.
Immagina (puoi) di essere lì, con noi: il vento addosso, voglia di un Rum.
Suggestioni.
Che quasi ti aspetteresti una salsa nell’aria (e arriva un reggaeton).

La musica si avvicina, cresce, diventa enorme, mi riempie i polmoni. È come un iperuranio canalizzato in watt sparato da dentro una Golf nera guidata da un sordo, quell’attimo in cui mi trovo. Se non è sordo, mi dico, deve essere uno a cui stanno sanguinando le orecchie.

Woofer e subwoofer di quell’impianto stereo hanno la capacità di distorcere l’aria a tal punto che, probabilmente, ci sarà uno tsunami nel Mar Caspio a breve. E mi sembra di avvertire l’inversione del mio flusso sanguigno.

La cassa toracica rimbomba a tempo.

E così, a tempo, dentro, lascio La Havana a bordo di quella Golf che mi è appena passata accanto con i finestrini abbassati e uno stereo a palla… e torno a Trapani.

Sono città sorelle, senza saperlo.
O forse lo sanno, ma arrossiscono quando glielo dici.
Trapani e La Havana.

Seguo con lo sguardo la Golf, l’auto gira a sinistra dopo la statua di Garibaldi – che da anni fissa la poppa delle navi che ormeggiano là davanti – e si infila in una stradina che pare sgangherata.

Voglio andare là.

Finita l’ipnosi raggaetoniana, passeggiando, mi infilo nella stessa stradina.

Voglio vedere cosa c’è.

La prima cosa: cappello e baffi grigi, su una sedia di plastica rossa da bar, un uomo cambia la posizione delle mani appoggiate sul suo bastone.

 

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