Trapani, quando arrivi dall’autostrada che viene da Palermo, ti accoglie con un paio di rotonde, ti scarrozza in una decina di traverse in cui vale la regola chi vuole passa – il che, se sei nato e cresciuto a Roma, non ti crea particolare incertezza; comunque non quanto avere davanti solo la sabbia della Savana (ma questo è un altro viaggio) – e poi, se ti presenti con sufficienza a un paio di incroci, Trapani ti fa ritrovare nel quartiere (che in realtà quartiere non è) di Casa Santa, sotto a monte San Giuliano.

Là sopra c’è Erice.

Solo che tu, ora, sei là sotto… e la Rozza dice: non ti distrarre. Immagina, puoi (la battuta me l’ha suggerita George Clooney, dice che funziona).

Sei davanti a un lungo viale, davanti a te spartitraffico e alberi. Da qua, a guardarla, la strada che scende verso il mare ti lascia addosso la stessa euforia di un bambino che ha appena finito di salire sullo scivolo, si siede, trattiene un po’ il respiro e decide di lanciarsi.

Trapani è così, vive di vento e corse verso il mare. Così te la fai tutta, quella strada, ignorando le volte che cambia nome – via Manzoni, corso Pier Santi Mattarella, via Fardella, viale Regina Margherita – e arrivi giù, in fondo.

Davanti a te, il mare.

Trapani, io, ho imparato a scoprirla da questo punto.
E ve lo consiglio.
Non ho potuto metterci una X per riconoscerlo. Ma è come se ci fosse, lo capite appena ci arrivate.

Chiara dice che se ti metti in questo punto e non pensi ma osservi e basta, vedi La Havana. Davanti a te, nella curva che fa la costa, con il lungomare che vira verso destra, finendo su una striscia di terra a punta. Là, Torre di Ligny.

–  Guarda, mi dice. Il mio Maleçon.

E i miei occhi lo fanno, guardano l’orizzonte e inciampano su due cupole, la curia Vescovile e il convento di san Francesco d’Assisi.
Le onde sbattono sugli scogli e gli occhiali da sole si schizzano di sale.
Immagina (puoi) di essere lì, con noi: il vento addosso, voglia di un Rum.
Suggestioni.
Che quasi ti aspetteresti una salsa nell’aria (e arriva un reggaeton).

La musica si avvicina, cresce, diventa enorme, mi riempie i polmoni. È come un iperuranio canalizzato in watt sparato da dentro una Golf nera guidata da un sordo, quell’attimo in cui mi trovo. Se non è sordo, mi dico, deve essere uno a cui stanno sanguinando le orecchie.

Woofer e subwoofer di quell’impianto stereo hanno la capacità di distorcere l’aria a tal punto che, probabilmente, ci sarà uno tsunami nel Mar Caspio a breve. E mi sembra di avvertire l’inversione del mio flusso sanguigno.

La cassa toracica rimbomba a tempo.

E così, a tempo, dentro, lascio La Havana a bordo di quella Golf che mi è appena passata accanto con i finestrini abbassati e uno stereo a palla… e torno a Trapani.

Sono città sorelle, senza saperlo.
O forse lo sanno, ma arrossiscono quando glielo dici.
Trapani e La Havana.

Seguo con lo sguardo la Golf, l’auto gira a sinistra dopo la statua di Garibaldi – che da anni fissa la poppa delle navi che ormeggiano là davanti – e si infila in una stradina che pare sgangherata.

Voglio andare là.

Finita l’ipnosi raggaetoniana, passeggiando, mi infilo nella stessa stradina.

Voglio vedere cosa c’è.

La prima cosa: cappello e baffi grigi, su una sedia di plastica rossa da bar, un uomo cambia la posizione delle mani appoggiate sul suo bastone.