Nuovo studio | Terza parte

- 16 Mag 2012

Antonio

Il nostro nuovo studio era perfetto, ma mancava qualcosa. Così il capo mi fece chiamare Giuseppe perché mi accompagnasse a recuperare dei quadri dalla galleria d’arte di una sua amica. Io non capivo se in quello studio stessi facendo il praticante o il fattorino. Chiamai Giuseppe al numero che ci aveva lasciato e non sapevo se fosse quello di casa sua o magari del bar che frequentava, come un Marlowe o un Fonzie. Mi rispose una donna che stava fumando e il dubbio mi rimase e me lo volli tenere. Erano le nove meno qualcosa e stavo per saltare il rito del caffè con quelli degli altri uffici, tutti riuniti al bar accanto al palazzo del nostro nuovo studio. Non dovevo nemmeno accendere il computer o temperare matite, dovevo già uscire. Chissà perché mi veniva così naturale lasciarmi impiegare in lavori di fatica, o per lo meno manuali, che non fossero delle fotocopie o delle code alla posta per spedire raccomandate. Io venivo coinvolto nel trasporto e montaggio mobili. Io venivo coinvolto nel trasporto di opere d’arte.

«Il lavoro manuale fa bene all’anima, l’ho letto in un libro» disse una volta Giuseppe facendomi segno di averla detta grossa. Non so se volesse sottolineare l’idea in sé o il fatto che avesse letto un libro che diceva una cosa del genere.

E chissà perché mi trovavo così bene con un uomo di settant’anni dalla forza e dal carattere di un orso, che ripeteva quasi di continuo: «Quinto: arrangiarsi», riferendosi ‒ immaginai ‒ a un ipotetico quinto comandamento dei dieci trasmessi ai bravi carpentieri, che veniva buono in ogni situazione: un citofono senza nome, una cassetta con gli attrezzi sbagliati, una porta troppo piccola.

«Quando venite via dalla galleria ‒ mi disse il capo ‒ passate da Marigliani a recuperare la libreria che ho fatto sistemare». Marigliani era il restauratore di fiducia del capo. Visto il tipo di incarico sarebbe stato meglio cambiarmi e usare il completo da lavoro che tenevo nel ripostiglio (che consisteva in un paio di jeans strappati vicino al cavallo, una felpa con il cappuccio sporca di pittura bianca e un paio di vecchie Adidas blu). Forse avrei fatto meglio ad arrivare allo studio con il completo da lavoro e mettermi la camicia qualora fossi potuto restare a temperare matite, a roteare un mouse. Giuseppe arrivò in un attimo ma anziché il citofono suonò il clacson come un tassista di Beirut; scesi le scale di corsa e incrociai lei sul pianerottolo del primo piano, di fronte al suo studio: stavolta aveva una gonna nera corta e fasciante e un maglione di cotone diverso da quello dell’altro giorno. Mi guardò scendere le scale con un sorriso educato, non aveva gli occhiali. Io mi tenevo al corrimano mentre venivo giù come una bilia e non stetti troppo a pensare a cosa avrei dovuto fare. Per via che stavo rallentando, quando arrivai al pianerottolo dissi solo come mi chiamavo. La sua risposta arrivò flebile, impreparata, perché stavo già accelerando nella nuova rampa. Mi scusai con me stesso, ma avevo un lavoro manuale da fare che non erano fotocopie o code in posta e mi ci buttai a capofitto. Giuseppe era vestito come me, aveva pure un paio di vecchie Adidas.

 

Commenti chiusi.