Nuovo studio | Quarta parte

- 23 Maggio 2012

Rosella

La mia gonna nera fasciante, il maglione e i collant erano sulla sedia imbottita della mia camera da letto e io li guardavo nell’ombra di quella sera. Tra poco sarei stata la regina dei sughi pronti e delle insalate con il tonno. Ecco, in questo non ero brava. Feci scrocchiare sulla moquette le dita dei piedi. Ero stanca e stupita di non aver combinato nulla: dopo aver sentito il furgone rombare nella strada stretta anche dopo pranzo, per allontanarsi verso la sua destinazione, non ero stata capace di lasciare che il mio tempo scorresse, lasciando che quel senso fatto di nulla passasse, e mi ero impigliata solo in cose inutili, distrattamente. Avevo letto le notizie di qualche quotidiano on-line, mandato un paio di mail, sistemato una slide della mia presentazione in Power Point per la riunione del giorno dopo, camminato scalza per il nostro studio, così enorme e antico da sembrare un ministero britannico. Ero anche scesa al bar vicino a prendere un tè che erano quasi le sei, sperando che tornassero affamati dalle loro commissioni ed entrassero a mangiare un panino. Ma poi avevo capito che per quel pomeriggio non sarebbero più tornati.

Mi guardai allo specchio mentre mi vestivo, ero magra come all’università. Antonio chissà dov’era in quegli anni. La mia primavera di esami preparati minuziosamente, chissà se l’avrebbe capita. Avevo voglia di raccontargli giorni fatti di mille diversi momenti che mi tornavano in mente disordinati, senza che potessi ricondurli a un anno preciso, o alla mia età, o alla città. Per esempio un abbraccio rapidissimo in un locale pieno di gente una volta che avevo diciannove anni e per quel ragazzo ne avevo lasciato un altro, oppure una passeggiata lenta sul lungofiume in un pomeriggio di vento in cui fu quello stesso ragazzo a lasciarmi, o ancora una birra sotto i portici dopo un esame con le mie migliori amiche che non sapevo più nemmeno dove fossero.

Tutte queste cose si erano lasciate dimenticare per evitarmi la nostalgia, ma stavano ancora al loro posto, pronte a riemergere. Ne avrei parlato ad Antonio già quella sera, prima ancora di cenare, attaccata al telefono, seduta per terra, se non avessi avuto paura che lui non potesse capirli.

Scrocchiai ancora le dita sulla moquette, tanto che mi bruciarono i polpastrelli. Mi sedetti per terra e fissai il telefono. Se non fosse stata sotto i miei piedi, ancora nella mia stanza, di certo avrei pensato alla moquette come qualcosa di superato, qualcosa che ha fatto il suo tempo, che non torna indietro. Un tempo di bambina. Un tempo di cui ho bisogno di parlare, perché ne fanno parte i pensieri ordinati che mi riguardano, che io devo ripassare tre volte ogni mattina.

 

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