Nuovo studio | Prima parte

- 2 Maggio 2012

 Antonio

Seguivo le crepe delle piastrelle del pianerottolo, rosse e spaccate, fino alla fessura  irregolare tra il pavimento e il legno vecchio della porta. Ma visto che non ero solo, tentai di tornare alla realtà: tenevo una libreria per i piedi, per quanto vuota e leggera, ma non riuscivo più ad andare avanti, nonostante Giuseppe dieci gradini sotto di me spingesse ostinatamente, pronunciando a fatica alcune bestemmie in dialetto. Il mondo divenne in un istante più difficile e incomprensibile, non avevo più la forza di continuare e c’erano ancora due rampe di scale. Dov’era finito il capo? Avrebbe potuto darmi il cambio un minuto? Non c’era niente da fare se non provare a spostare un piede di seguito all’altro, sfidando un gradino per volta. Riuscii di nuovo a salire e la cosa fece piacere a Giuseppe, che traeva energia dal movimento e dal procedere delle cose: la libreria sale e salirà, le nostre braccia vuote si riempiranno, il furgone carico sarà vuoto. Io però volevo fare merenda almeno, prima della libreria successiva, e siccome avevamo dei panini con il prosciutto sul cruscotto e delle birre calde sotto il sedile, avrei dovuto convincerlo a fare una pausa. Giuseppe lasciò che qualche goccia di sudore gli scendesse dalla fronte fino alle guance, tirò su dal naso e mi guardò, abbassando appena la testa e alzando gli occhi. «Giuseppe, pietà». «Se vuoi riposati io vado avanti».

Giuseppe parlava spesso senza punteggiatura, per lo più quando non era proprio di buon umore e io pensai che avrei potuto resistere ancora un po’ e seguitare a vuotare il furgone. Soprattutto perché lui aveva quasi settanta anni e io solo trenta. Ma il destino volle diversamente e una volta per strada trovammo due agenti in divisa che volevano sapere perché il nostro furgone fosse in mezzo alla strada e se avessimo il permesso per stare lì a caricare o scaricare. Io credevo che non avessimo nemmeno la patente. Giuseppe non seppe che dire, per un bel po’ parlò solo in dialetto, ma era un vittimista come si deve per uscire da una situazione del genere per cui lasciai che se la sbrigasse da solo. Presi un panino incartato da sotto il cruscotto e una lattina di birra calda da sotto il sedile e feci la mia merenda seduto contro il muro.

Quando Giuseppe riuscì a liberarsi degli agenti avevo quasi finito il panino. Lui era solo scocciato di aver perso tempo e per riprendere il suo ritmo si caricò un cartone da ottanta chili di libri e partì sulla rampa diretto al terzo piano. Così mentre me ne stavo lì seduto vidi arrivare una donna appena più giovane di me, indossava dei pantaloni grigi e piuttosto comodi, con la gamba larga, un maglione di cotone nero, ben stirato e perfetto sulle spalle. Era castana, coi capelli tenuti insieme da una matita dietro la nuca, la linea delle sopracciglia un po’ spagnola, qualunque cosa voglia dire, gli occhiali anni ’60 come quelli di Talia Shire. Quanto al suo viso, sarebbe più comodo se vi facessi vedere la foto che le rubai da uno scatolone quando, mesi dopo, il suo capo ci chiese di aiutarlo ad ampliare l’ufficio. Ho la sua immagine perfetta nella mia testa, se chiudo gli occhi. Ci sorridemmo perché lei cercò di non calpestarmi nel raggiungere il portone del nostro nuovo studio.

 

Un comment su “Nuovo studio | Prima parte

  1. 1

    Sono una lettrice che spera sempre in un innamoramento, una di quelle lettrici potenziali di Liala. L’inizio, qui, lo immagino già una premessa. Chissà?