Il Sacerdote | Terza parte

- 18 Maggio 2012

-In quella casa ogni porta che si apre serve solo ad aprire un’altra porta- 
Era parte dell’addestramento. Semplice no? Ci ho impiegato ottocentoventiquattro ore per capirlo.

Ma Grasso si era fermato e aveva cominciato a ridere, mentre il Sacerdote si alzava dal pavimento in modo incerto, senza un piano preciso nella testa (quella cosa non aveva una testa) ma costante come un’erezione

Non avevo i pantaloni. Quanto tempo avevo dormito? Cosa aveva combinato Grasso per tutto il tempo in cui avevo tenuto gli occhi chiusi? Non so neanche per quanto tempo. Ma ottocentoventiquattro ore di addestramento sono abbastanza anche per uno stronzo e so che in un minuto avrebbe potuto infilarmi il diavolo nel culo e farmelo uscire dalla bocca.
“Sei fortunato che non posso toccarti, piccola merdina appesa dal culo. Sei un uomo fortunato. Porti tua moglie a farsi scopare nelle discoteche e offri da bere a quelli che se la fottono. Sei davvero un uomo fortunato. Mmmmm, il Sacerdote viene a prenderti.”

Ma era successa una cosa: lo scotch intorno ai polsi che mi bruciavano come l’inferno, stretto dietro lo schienale della sedia, si era distanziato dal ferro a cui era incollato. E per un secondo, per dieci secondi? ma cosa importa il tempo. Per pochi istanti che mi sono sembrati una vita intera passata con la ragazza che ho sempre amato, ebbi la gloriosa sensazione di avere le mani libere. Di poter colpire Grasso sulla faccia, con forza. Stringendo i denti contro le labbra fino a romperle. E poi ridere nel sapore del mio stesso sangue osservando il suo volto maciullato da un pugno, due pugni, diretti contro il naso.

Peso sessantatré chili e ho un viso dolce e femminile, un corpo che piace anche agli uomini. Ora lo sapete. Quello che non sapete è che da due settimane vengo colto da terrificanti attacchi di diarrea che mi hanno costretto, per favorire una guarigione veloce, a osservare un digiuno religioso e spietato. Che di religioso ha solo la privazione e di spietato la durezza con cui uno psicopatico sbrana le sue vittime.

Quando Grasso fu colpito dal mio destro (non sapevo neanche di averne uno), il volto gli si deformò in un’espressione ancora più preoccupante che mi fece pensare di non averlo stordito ma piuttosto caricato come una macchina a molla.

Il secondo schiaffone sulla guancia destra invece sembrò lusingarlo, come se lo avesse sperato.

Sferrai un calcio al Sacerdote. Strisciò sotto la scrivania e le orecchie mi si riempirono di un suono basso che mi fece vibrare le ossa. Mentre Grasso cercava di posare le mani a terra nel tentativo di mettersi in piedi, il Sacerdote cominciò a spiarmi dal fondo della scrivania con due piccoli led rossi e una striscia di pelle morbida che muoveva verso di me e che sembrava una lingua.

Ebbi l’impressione che qualcuno mi stesse vomitando nella pancia. Era tornato.

Una vecchia conoscenza, un nemico che si era annidato dentro di me in modo definitivo, come un’anima gemella o il desolante terrore di morire: la diarrea. Sentivo la caviglia che mi pizzicava ma non riuscivo a concentrarmi sul dolore. Perché se c’è una cosa che conosco bene quella è la diarrea. Sapevo che era tornata per finirmi. Grasso si torceva sul pavimento come un astronauta che fatica a riprendere l’equilibrio ma una volta in piedi avrebbe afferrato di nuovo il coltello di ceramica bianca cercando, senza esitazione, la mia gola.

“Figlio di puttana, adesso mi senti. Mi senti? Ti piace morire mentre guardi Xfactor? Ti porto di là e ti accendo la televisione e mi bevo il tuo sangue mentre guardi Xfactor.”

 

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