Il Sacerdote | Seconda parte

- 11 Maggio 2012

Ottocentoventiquattro ore per ritrovarmi con un gatto che mi strappava la carne dai piedi e lui che mi passava la lingua sul collo, con un movimento erotico e circolare. Urlai. Grasso si contrasse in preda a un’eccitazione estrema. Si ritirò all’indietro, buttandosi a sedere sul pavimento come un bambino. Il gatto cominciò a miagolare con un acuto e insopportabile lamento che ricordava un neonato abbandonato in un forno acceso a centottanta gradi. Invece ottocentoventiquattro sono le ore.

Al Grasso sarebbero bastati quaranta secondi per andare in cucina, afferrare il suo coltello in ceramica bianca, tornare nella stanza e cominciare a farmi pressione sulla pelle del collo, in corrispondenza della trachea.

Grasso si rimise in piedi. Il fagotto esalò un piccolo singhiozzo. Impossibile, perché quella cosa non aveva una bocca, non aveva una… non l’aveva?

“Il Sacerdote è felice. Lo senti miserabile stronzo? Il Sacerdote ti sbrana, lo sai piccola merda? Adesso vengo a prenderti”

Durante le sue lezioni McFairy saturava di intuizioni brillanti e terribili l’ultima camera dello stretto corridoio che si trovava al piano zero dell’edificio 27. La stessa stanza in cui ho trascorso ottocentoventiquattro ore ad addestrare me stesso contro qualcosa che sapevo benissimo, fin dal principio, non avrei potuto combattere.

Il maestro McFairy conosceva la creatura, ma non era il solo. Altri, come lui, la aspettavano da troppo tempo: ne avevano trovato traccia nei papiri rinvenuti all’interno delle tombe degli Eterni Faraoni e ne avevano scoperto il tremendo potere apprendendo una conoscenza antica, trascritta nei trattati scientifici più di diecimila anni fa. Era solo questione di tempo prima che trovassero le prove, prima che si trovassero di fronte alla creatura.

Le prove erano sparse per tutto il pianeta: Egitto, Medio Oriente, ovunque fosse nata una grande civiltà. C’erano notizie dei Sacerdoti, dappertutto. Ah, credevate che ce ne fosse solo uno?

E con un sorriso ampio che rivelò due file di denti bianchi e affilati, Grasso afferrò con una stretta ancora più salda il coltello di ceramica bianca. Le sue nocche cominciarono a diventare ancora più rosse, e poi bianche, e poi viola marcio, perché nella furia stringeva il manico con irritata esasperazione e con il sorriso offeso di un mentecatto che si è appena scopato la mamma dopo averle squartato i genitali. E così serrò le labbra finché non diventarono piccole e strette come un’oscena fenditura, dalla quale uscì fuori un verso nevrotico come quello di una pentola a pressione.
Gli faceva male stringere così tanto quel manico ma era completamente inebriato da un’urgente e selvaggia gioia azzannatrice. Il Sacerdote cominciò a vibrare, cercando di sfilarsi di dosso la canottiera bianca. Gli stava davvero bene quella canottiera e gli dava un aspetto umano che non avrei mai voluto vedergli scomparire. Ma sarebbe riuscito a disfarsene. A quel punto ci sarebbe stata una sola cosa da fare per salvarmi il cervello da quell’orrore: in qualche modo avrei dovuto strappargli il coltello da quelle sporche unghie marroni e tagliarmi la gola. Perché da lì non sarei uscito vivo. Se riuscivo a liberarmi le mani, potevo correre verso la maniglia della grande finestra che era stata chiusa senza chiave e uscire sul balcone che dava alla strada. E a quel punto urlare non avrebbe avuto senso.

 

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