Il Sacerdote | Quarta parte

- 25 Maggio 2012

La mia pancia si stava gonfiando e la diarrea mescolava all’interno delle viscere le cotolette e il salame che avevo mangiato la sera precedente, pestando e tritando e rendendo il cibo una poltiglia di frattaglie densa e scura. Era il suo lavoro e lo faceva bene. Finché non ebbi voglia di piegarmi sulla ginocchia. Allora il Sacerdote, con aria timida, cominciò a strisciare verso la luce e verso di me che mi trovavo sotto la luce.

Dovevo morire. Guardai i pantaloni sporchi di merda e feci un sorriso, inspirando forte dalle narici striminzite e lunghe come piccoli spettri neri, intasati di muco. L’aria filtrò attraverso l’appiccicosa membrana di moccio con un cupo e cavernoso ruggito. Strano, da molto tempo non mi svegliavo con questa sensazione.

Dove ero rimasto? Ah sì.
Dovevo morire.
Non oggi.

Alzai il tacco degli stivali neri e poi lo feci crollare sulla testa del gatto, la prima volta e poi anche la seconda volta finchè il rumore dei pezzi di cranio sul pavimento divenne uguale a quello della diarrea che mi scorreva nei pantaloni. “Se vuoi vivere devi correre” mi dissi, e cominciai a farlo. Non riuscivo a muovermi, pensavo di essere finito in un incubo in cui corri e non vai da nessuna parte: la diarrea mi rendeva goffo come un panda ritardato.

Dalla feritoia della porta chiusa filtrava una luce forte e fuori c’era un bel sole giallo e anche parecchi alberi che resuscitavano in primavera. E se c’era luce allora potevo uscirne vivo. Spalancai la porta.

A pochi metri di corridoio c’era un’altra porta.

Spalancai la seconda porta e ne trovai un’altra. Abbassai di nuovo la maniglia: era lunga e dorata come il fallo di un dio e c’era ancora quella luce forte e bella. Tirai la maniglia e scoprii un altro corridoio e un’altra porta, uguale a quella di prima. Grasso mi correva dietro con il coltello nella mano destra mentre una poltiglia rossa gli imbrattava le dita dell’altra.

“Il mio piccolo gatto, il mio piccolo gatto te lo faccio mangiare, ti piace? Ti spremo gli occhi e poi ti ci infilo dentro il mio piccolo gatto!”

Non mi avrebbe toccato, non prima di aver fatto divertire il Sacerdote.

-In quella casa ogni porta che si apre serve solo ad aprire un’altra porta-

Ottocentoventiquattro ore. Avevo sperato che fossero tutte balle.

McFairy aveva ragione: era il mostro che aveva dormito per millenni all’interno di una sfera sepolta nel deserto del Tadmor, aspettando il momento di essere liberato per scoprirsi improvvisamente affamato di carne umana. L’essere senza braccia che aveva assillato i sogni di tutti coloro che ne erano venuti a conoscenza, e in special modo quelli del giovane antropologo Shaun McFairy. Adesso poteva vederlo davanti ai suoi occhi. Ed era esattamente come lo avevano descritto i papiri, era lo stesso che infestava i suoi incubi da molto tempo.

Quante porte avevo aperto, a che numero ero arrivato, dieci? Grasso mi correva ancora dietro. Caddi sulle ginocchia e cominciai a pensare che sarei morto sul serio, con il rimpianto di non aver mai detto a Elisa che la amavo in modo incondizionato e definitivo come una disastrosa resa. La stessa resa che mi fece restare in ginocchio a guardare la porta chiusa aspettando il momento in cui sarebbe arrivato il Sacerdote.

 

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