Il Sacerdote | Prima parte

- 4 Maggio 2012

Bum. Questo è il rumore che fanno le scarpe di Grasso quando cadono sul pavimento. Siamo entrati e lui mi ha offerto un caffè, indicandomi una piccola macchinetta nera che dalla forma sembrava l’ampia e orribile testa di un alieno. Ha detto che faceva un caffè speciale, una roba garantita che non avrei mai assaggiato in nessun’altra parte del mondo. E che io ho cortesemente rifiutato.

A quel punto ha capito e mi ha indicato una sedia. Era una piccola sedia da ufficio, ad altezza regolabile, con il sedile ricoperto da una patina nera e vellutata. Quando l’ho sfiorata con le dita ho avuto la piacevole sensazione di accarezzare il viso di mia madre. Più tardi avrei ricordato quella sensazione con profondo orrore, e con la consapevolezza che non avrei mai più potuto trascorrere una sola notte senza sentirmi in compagnia di un disgustoso morbo che, steso accanto a me, mi ricordasse quella stanza. E quella sedia.

“Il caffè a me non serve”, disse Grasso mentre si piegava verso il cassetto della biancheria, con un inchino terribile e preciso. “L’avevo lasciato per te, a fare, come dire, da antipasto alla portata principale. Perché ti stuzzicasse l’appetito.”

Tirò il cassetto verso di sé. Dentro c’erano dei calzini comprati al mercato. Ma le sue dita che frugavano con un movimento circolare e orribile come gli aculei di un riccio di mare, alla fine afferrarono con decisione una canottiera.

La canottiera era avvolta intorno a qualcosa di solido, duro. Che aveva l’aria di essere antico. Ottocentoventiquattro: sono le ore di addestramento a cui ho sottoposto il mio corpo e la mia coscienza prima di entrare in questa stanza. Ottocentoventiquattro ore: quasi come prepararsi per il primo appuntamento, se il primo appuntamento ce l’hai con il diavolo.

“Vediamo se la mia cucina è di tuo gusto”, mormorò Grasso, mentre poggiava sulla superficie (gelida, scommetto che era gelida) della scrivania l’involucro lungo, che poi avrei scoperto essere anche cedevole, e in qualche modo delicato, avvolto dalla canottiera bianca.

Solo dopo essermi svegliato mi accorsi che avevo perso i sensi. E quando i denti minuscoli del gatto mi si infilarono nella caviglia fino a strapparne un piccolo brano di carne, riuscii a riaprire gli occhi e ad accorgermi che ero seduto sulla sedia nera. Un volto sorridente mi osservava da vicino, troppo vicino per distinguerne i tratti biondi e affilati, ma senza ombra di dubbio quello era il Grasso: e anche lui, a quanto avrei scoperto, aveva voglia di darmi un morso. La canottiera non era più sulla scrivania.

Era a terra, e quella cosa al suo interno si trascinava sul pavimento. Si dibatteva a scatti, con movimenti convulsi, come la coda di una lucertola appena tagliata dal corpo. Quella cosa non era la coda di una lucertola ma, possa essere fottuto per l’eternità, anche lei si trovava nella dannata condizione di essere stata amputata dal corpo. E io mi trovavo nell’orribile condizione di sapere che non si sarebbe fermata, che i suoi spasmi e le sue stomachevoli convulsioni non avrebbero avuto fine. Mi sfiorò i piedi. Non riuscii a ritrarli. Erano legati alla sedia con dello scotch da imballaggio. Quella cosa nervosa mi sfiorò di nuovo. Il gatto continuava a torturarmi le caviglie. Provai a dargli un calcio.

 

2 commenti su “Il Sacerdote | Prima parte

  1. 1

    Mi ha fatto venire in mente l’inizio di Blackout di Morozzi. Lo dico come complimento, anche se poi quel libro non sono riuscita a finirlo! :)

  2. 2

    Complimenti, aspetto i prossimi episodi!