Il libro di sabbia

- 17 Maggio 2012

Recensioni SettePerUniche*

In principio dell’epilogo al testo, e volendone dare ragione, Borges argomenta così: «Dare un prologo a racconti non ancora letti è un compito quasi impossibile, perché richiede l’analisi di trame che è meglio non anticipare. Preferisco quindi un epilogo». E infatti. Ma la penna del recensore non può non ritrovarsi nella situazione che l’argentino intese evitare, e dunque vi è più di una incertezza nello spiegare l’interesse e il piacere della lettura de Il libro di sabbia (Adelphi, 2004).

Ci aiuta per primo l’anno di pubblicazione, il 1975. Allora Jorge Luis Borges, settantaseienne, era lo stimato erudito che oggi conosciamo; al prestigio universale della sua opera aveva accompagnato numerosi premi e viaggi nel mondo, e uno fra questi ultimi ebbe come meta la città svizzera di Ginevra, la cui atmosfera tanto gli piacque da sceglierla infine come casa, morendovi undici anni più tardi, e dove pure avrebbe scelto di far riposare le spoglie.

Lì, sulle rive del Rodano, si ambienta il primo di questi tredici racconti brevi (più altri quattro in appendice), dal titolo L’altro. Ne è protagonista lo stesso Borges che, fingendosi seduto nel 1969 su una panchina davanti al fiume Charles, a nord di Boston, incontra Borges ventenne, lui convinto di essere a Ginevra. Il dialogo senza tempo fra i due ha momenti di filosofica e letteraria felicità, e ne ricordiamo uno solo, allorquando si accenna al piacere che entrambi hanno per i libri. L’uno, il più giovane, dice all’altro della sua ricerca per la metafora, che l’anziano tuttavia già conosce perché negli anni, sulle metafore accettate dalla nostra immaginazione, vi aveva nel frattempo scritto. Ed elenca: la vecchiaia degli uomini e il tramonto, i sogni e la vita, lo scorrere del tempo e dell’acqua. Queste tre immagini sono in effetti fra i temi cari a Borges, e riassumono essi stessi le questioni principali delle restanti favole che il lettore avrà a sfogliare.

Un quarto soggetto, quello dell’amore per una donna, solitamente assente nei lavori in prosa di Borges e al contrario assiduo nei suoi versi, è il filo della storia che segue, Ulrica, dove l’aspetto statuario e introverso di una compagna di una notte è quasi lo spettro reale di una saga nordica – e ci dà a un altro antico e ricorrente tema, quello della mitologia norrena. Come pure ne Il disco e nel conclusivo ed omonimo Il libro di sabbia, nei quali si favoleggia di un cerchio euclideo con una sola faccia e di un volume che possiede infinite pagine, ciascuna narrazione è spinta dalla precedente e tira quella che verrà. Il tramonto preannuncia l’alba. E chiuso il libro, al lettore resta la sensazione del risveglio mattutino da una lunga finzione onirica. Conclude Borges: «In questi esercizi da cieco ho voluto essere fedele all’esempio di Wells: la congiunzione di uno stile piano, a volte quasi orale, con una trama impossibile». Ovvero un labinto la cui entrata si apre alla mente del lettore per poi chiudersi in quella di chi lo ha concepito.

«La sentenza “Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” è un’inequivocabile esortazione alla purezza. Tuttavia, molti seguaci insegnano che, se non vi è uomo sotto i cieli che non abbia guardato una donna per desiderarla, abbiamo tutti commesso un adulterio. E poiché il desiderio non è meno colpevole dell’atto, i giusti possono dedicarsi senza alcun rischio alla pratica della più sfrenata lussuria.»

Il libro di sabbia
Jorge Luis Borges
Adelphi

 

2 commenti su “Il libro di sabbia

  1. 1

    Chi è José Luis Borges? Il fratello di Jorge?

  2. 2

    Ops. Ci scusiamo per la svista.