Di queste vite | Mia nonna

- 29 Mag 2012

L’ho rivista in foto con quella sua espressione che non capivi se sorrideva o cercava di stare seria, e le veniva una smorfia tra il ridicolo e l’impacciato. Aveva i capelli così ben pettinati che non ce n’era uno fuori posto: ci passava trenta minuti alla volta, ad aggiustarli con pettine e acqua. Erano tutti grigi, ma non se ne spostava uno.

Me la ricordo con quel profumo di saponetta che la precedeva dovunque andasse.

Palmolive era la marca, e non l’aveva mai cambiata in vita sua. Si lavava le mani con una cadenza tetraoraria. Quattro volte all’ora: mai capito se fosse per bisogno di pulizia o per paura delle malattie.

Schifava tutto, e non accettava al primo colpo niente che le venisse offerto. Ci faceva dei giri lunghissimi intorno, con un’espressione contrariata in viso. “Ma questo non lo posso mangiare, ho la pressione alta”, diceva sempre, anche se si trattava di dolci. E dopo la sua consueta cerimonia, addentava famelica, con la dentiera che le si spostava dalle gengive e sembrava voler schizzare via per lo sforzo.

Se vedeva qualcosa di commestibile, si avvicinava con aria di disapprovazione. “Come fate a mangiare questa roba?”, diceva, e intanto ne staccava un pezzo con le sue mani odorose e lo faceva sparire in un amen.

Quanti convenevoli; mia nonna avrebbe potuto scrivere un trattato intero sui mille modi di accettare negando. Mai una volta, una, che avesse gradito al primo tentativo. Mai. Tergiversava sempre, e sempre apprezzava. Eppure, a sentirla, ogni sera preparava la solita minestra, e a volte la fettina arrosto. Non ne ho mai assaggiata una più tenera di quella che comprava lei, vera esperta in tagli da macelleria: nemmeno per i bambini che stanno imparando a masticare fanno una carne come quella che lei riusciva a scovare. Si spappolava in bocca.

Arrivava con la riga di lato a spartire quei suoi capelli, e un sorriso grande a spianare le rughe; “Bello di nonna”, mi chiamava, ma non aveva quasi mai niente di importante da raccontarmi. Pur di non stare da sola, portava dei regali anche alla seconda moglie di mio padre, trovando sempre una scusa buona per l’occasione: cercava di spartire la sua solitudine con chiunque, fosse anche un’estranea diffidente.

Mi raccontava spesso di quel suo ammiratore da ragazza, poi diventato presidente di tribunale. Le aveva inviato una lettera d’amore tutta cortesia e galanterie, che iniziava più o meno così:

“Gentilissima signorina, prego ella voler accettare questa mia in segno di stima e immenso affetto. Gradisca un cuore che gronda lacrime…”

Quanto ne era orgogliosa. E pure un po’ civetta: si vedeva che era fiera di aver avuto un tale spasimante.

La ritrovavo, talvolta, seduta su una sediolina bassa davanti al caminetto, indaffarata a graffiarsi ogni lembo del viso e a strapparsi i capelli, altrimenti fermi e curati, imprecando contro il Signore.

“Abramo mio, che cosa ti hanno fatto! Povero fratello mio”; e continuava a tirare quei fili grigi con foga. Non si era mai rassegnata alla morte di quel suo fratello, schiantatosi ad un incrocio con la Porsche. Lo diceva: “Nel fiore degli anni” e non difettava di molto, già che quel ginecologo ne aveva cinquanta quand’era morto.

Mica se li tirava, i capelli, per la morte di mia madre, la sua unica figlia; e dire che, poverina, aveva sofferto per anni, consumata da un bruttissimo male. Niente da fare: la morte del fratello Abramo era l’unica meritevole di pianto.

Me le ricordo ancora, lei e mamma, guardinghe sul ciglio della strada in attesa di attraversarla. Mano nella mano, e poi di colpo, via! Attraversavano proprio mentre sopraggiungeva l’unica automobile presente nel raggio di una decina di chilometri. Sempre tenendosi per mano, come due ragazzine contente di aver saputo attraversare senza danni. Come se la ridevano!

Negli ultimi anni, però, nonna era stanca e provata.

“Abramo mio, aspettami che fra qualche giorno arrivo pure io”, l’ho sentita ripetere più volte, come una nenia.

Nel frattempo era stata messa a riposo insieme ad altri vecchietti, con una carrozzella nuova a sostituire quelle gambe che non riuscivano più a stare dietro alla sua testa.

È filata via da questa terra un giorno come gli altri, passati in un ospizio dove le visite erano sempre più rarefatte. L’ho rivista nella bara con il suo vestito nero, quello che già da trent’anni raccomandava a tutti di prendere da quel ben noto cassetto del comò.

È stata accontentata.

 

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