Di queste vite | Il Comandante

- 22 Mag 2012

Lo trovarono riverso sopra ad una panchina, con il sorriso dipinto in faccia.
Doveva aver visto tutto, e tutto doveva aver compreso, se sorrideva a quel modo.
Era il matto del paese, “il Comandante”.
Camminata marziale con portamento gentile. Mozzicone di sigaro sempre presente nel taschino della giacca quasi sempre stazzonata, accanto ad un foulard che usava ora da decorazione, ora per soffiarcisi il naso.

“Quant’è bello, il Comandante!” diceva qualche donna dal balcone non considerando la follia un limite alla voglia del piacere carnale.
Era partito con l’esercito durante una stagione gelata, che aveva portato la neve fino a quel paese a ridosso del mare dove di solito anche d’inverno si poteva stare in maniche di camicia, e non era tornato se non dopo vent’anni.
Matto.
In compagnia di un altro sé.

“Ciao bello”, era la frase che mi rivolgeva ogni qualvolta incrociava la mia strada.
“Buongiorno, Comandante”, rispondevo, cercando di mascherare con la gentilezza il timore che mi infondeva la stranezza di quell’uomo.
Mai aveva dato preoccupazioni all’ordine pubblico, né tanto meno si era arrogato qualche pretesa verso persona alcuna.

Era un matto saggio, se mi si può passare il termine: pieno di aneddoti astrusi con un fondo di leggerezza che lo facevano apparire una via di mezzo tra il bon vivant e il filosofo da bettola.
Se ne stava sovente poggiato al bancone del bar, coi gomiti a sfiorare la superficie, come per non aderire con tutta la manica al mobile. Infatti provava ribrezzo per ogni cosa.
Non ricordo mai che abbia stabilito contatto fisico con qualcuno.
Se si trovava a ridosso di qualche passante, scartava di lato con leggiadria e galanteria, quasi a dare precedenza, con un garbo che non era altro che paura di essere contagiato da chissà quale virus. Una testa votata alla paura delle malattie: come se invece fosse sano, il Comandante.

Parlava col barista quasi sempre di donne, e di quanto a loro piacesse. E poi partiva con la sua epopea raccontata decine di volte.
“Ci trovammo in una tormenta, con gli zaini sulle spalle piegate indietro tanto erano pesanti. E non riuscivamo a vedere ad un palmo dal nostro naso incuranti del precipizio che ci aspettava a mezzo metro.”
“E poi?”, chiedeva qualcuno nel bar.
“E poi eccoci qua. Sani e salvi, mi pare, no?”

Lo conoscevano anche quelli dei paesi intorno, che quando scendevano dall’autobus in piazza, vedendolo con una gamba poggiata sul ripiano della panchina mentre si tirava indietro i capelli impomatati con la mano, facevano a gara nel salutarlo.
“Buongiorno, signori” rispondeva a tutti.
Era innocuo, e stranamente simpatico.
Ne avevo sentite di ogni maniera, sull’origine della sua follia.
Qualcuno mi aveva raccontato che un professore l’aveva malmenato fino a renderlo rincitrullito, perché gli aveva sottratto la moglie.

Un suo parente sosteneva che invece si era cappottato con l’auto di notte, restando dissanguato per ore in attesa dei soccorsi, imprigionato con un braccio tra lo sportello e il terreno fangoso.
Secondo me era stata l’invidia della gente a fargli venire la pazzia: troppe qualità in un uomo solo, quando la maggior parte della gente non ne possiede manco una.
Chissà com’è, il Dio dei matti. Chissà se è lo stesso nostro Dio.
Gli vorrà bene allo stesso modo? Forse li tiene un po’in disparte perché non gli sono venuti proprio benissimo. O forse sono i suoi figli prediletti, e li ha graziati con dei doni che noi non abbiamo ricevuto e di cui ignoriamo l’utilità.
A me riesce difficile immaginare il Comandante come figlio di Dio, lui che con la sua postura e la sua prosopopea sembrava davvero una divinità.
Talora si annodava una cravatta in forma di papillon, denotando buon gusto e trascorsi fini.
E imprecava contro lo stato.
“Governo ladro! Cosa ne vuoi tu della mia pensione misera? Che non ho diritto, io, ad essere invalido totale? Sai che me ne faccio della tua elemosina? Me la fumo tutta quanta in sigari cubani. Tiè!”

Ci mancherà, il Comandante.
Chissà lo sberleffo finale a chi l’ha fatto.

 

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