Di queste vite | Da grande mi voglio sposare

- 15 Maggio 2012

Come altre volte da un anno a questa parte, il signor Giovanni aveva salito le scalette in cemento scorticate della signora Tilde. Aveva chiuso il negozio di alimentari in fondo alla via, all’ora di pranzo, e prima della riapertura si era recato nella casa costituita da un grande salone in penombra, comunicante con la cucina luminosissima, dove Tilde solitamente preparava il caffè per tutti e due.

“Nellina! È arrivato Giovanni. Sbrigati!”
La ragazzina si avvicinò alla sedia accanto al tavolo da pranzo, mettendosi composta e buona, con le mani poggiate sulle ginocchia, la fronte spostata indietro e il mento in avanti.
“Tu sei brava, a mamma. No?”
Giovanni, dopo aver attaccato il giaccone dietro la porta d’ingresso, si sdraiò sull’unica poltroncina della casa, lisciandosi i baffi e gettando uno sguardo fuori dal vetro della cucina, a controllare il tempo in cielo.

Ci sono storie quotidiane ordinarie nella loro follia, in cui gli interpreti scivolano nell’abisso del male un po’ alla volta, senza rendersene conto.
Capita così che una madre sola con credito di affetto, tanta solitudine e una figlia appena adolescente, e un negoziante al lavoro sei giorni su sette, diventino sinistre figure di un incubo alla luce del sole.
Il signor Giovanni aveva incominciato a frequentare quella casa per noia, così come si va al bar a giocare a tressette con altri perditempo.
Era nata un’amicizia sempre più tenace con Tilde, affabile donna amante del prosciutto e del pecorino del suo negozio, ma con risorse economiche sempre più limitate.

Un giorno un ragazzo aveva chiesto quanto formaggio gli poteva dare con due euro.
Gliene aveva fatto vedere un pezzo grosso come un mandarino. Alla successiva domanda:
“E con cinquanta centesimi?”
Aveva risposto:
“Te ne faccio sentire solo l’odore.”
Tilde si era accucciata a terra reggendosi la pancia per il troppo ridere.

Dapprima Giovanni l’aveva frequentata con la recondita voglia di una relazione aperta a chissà quali possibilità, vista la mancanza di legami da parte di entrambi.
Poi però era sopraggiunta l’inquietante presenza di Nellina.
Antonella, per i suoi compagni di scuola, da poco diventata donna. Ancora se la ricordavano golosa di merendine all’albicocca.

Era stata Tilde un giorno a chiedere a Giovanni:
“Bella, Nellina mia, vero?”
“Molto, Tilde. Da grande farà perdere la testa a tutti.”
“Io alla sua età ero ancora più bella.”
“Sicuro. Gatta che topi piglia, com’è la mamma, vengono i figli. Ci sono gatti che cacciano i topi. Altri no. Quelli che li cercano, faranno altri figli che andranno a caccia di topi. È la genetica.”
“Nellina, vai di là.”

Di là, era la stanza in penombra col divano a ridosso delle tende di pesante tessuto cremisi.
Di là, almeno un paio di volte a settimana, Nellina andava ad aspettare che il signor Giovanni finisse di prendere il caffè con sua madre.

Giovanni, dopo aver accostato la porta comunicante con la cucina, andava a sedersi accanto alla ragazzina, prendendo fiato e girando sempre alla larga dai discorsi.
Alla fine si buttava con un rimasuglio di coraggio, poggiando la mano sul ginocchio di Nellina, dicendole sempre:
“Sei bellissima, Nellina. Mi vuoi un po’ di bene, tu?”

Lei annuiva, sbirciando tra i capelli castani lunghi fino alle spalle e che ricadevano subito a lato degli occhi, come a fare da tettoia. Si sentiva più protetta, con gli occhi che sbucavano come se fosse un soldato nella garitta.
Quell’imbarazzo durava ancora qualche minuto, fino a quando Giovanni si rimetteva i pantaloni, raggiungendo Tilde che faceva finta di terminare le pulizie nel cucinino.
Le metteva una mano nella tasca del vestito a fiori, lasciandole dei soldi per la disponibilità, e andava via prendendo la rincorsa appena uscito in strada.

Nellina si precipitava a mangiare qualcosa di dolce nella dispensa, al che la madre la rimproverava.
“A mamma! Non mangiare queste porcherie, che devi essere bella.”
“Lo stai cercando, il lavoro, mamma?”
“Certo, amore mio. Un po’ di pazienza e cambiamo casa.”
“Così mi cerco un fidanzato.”
“Alla tua età?”
“Perché, ti sembro piccola per avere un fidanzato? Giovanni mica pensa di avere a che fare con una mocciosa… Ti ha detto niente?”
“No, no. Lui è contentissimo di te. Ne parla sempre bene.”
“Meno male. Però io mi voglio sposare.”
“Perché, tesoro?”
“Perché voglio dormire la notte con uno che mi tiene abbracciata nel sonno senza toccarmi, e non stringe gli occhi a fessura quando mi guarda.”
“Figlia mia, non siamo state brave a tenerci un uomo, che ti vuoi sposare a fare? Scapperà pure lui come tuo padre.”
“Allora mi ci tieni stretta tu, nel letto. Io e te da sole”.

Nellina diede un bacio sulla guancia alla mamma, e andò a infilarsi sotto la doccia.
Aveva bisogno di lavare la sua anima.

 

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