C’era una volta oggi, storie di amore malato | Cappuccetto Rosso

- 13 Maggio 2012

“Un giorno sua madre le disse: “Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Mettiti in via prima che faccia troppo caldo, e quando sei fuori va’, da brava, senza uscir di strada; se no, cadi e rompi la bottiglia, e la nonna resta a mani vuote.”

Era lì in bilico su quell’asfalto consumato da suole di mille scarpe e sembrava fissarmi pur non avendo occhi. Era la quarta o quinta bottiglietta di birra che mi ero scolata, ma il numero era davvero impreciso. Se ne stava lì, con quel suo verde e quella sua etichetta colorata, senza ormai neanche più un goccio dentro. Altro che portare la bottiglia di vino alla nonna: quella me l’ero assorbita per antipasto, con il misero pezzo di focaccia a fare da leggera toppa allo stomaco vuoto in attesa della sua dose alcolica.

Avevo rapidamente imboccato la direzione del pub senza avvisare nessuno. La nonna c’era abituata ormai, sapeva che la sua bottiglia di vino rosso sarebbe potuta arrivare chissà quando oppure mai. Cominciava sempre così, prosciugare a turno quel rosso, poi un giro di più e più birre al pub fino a stramazzare al suolo all’ombra delle colonne. Era il rito del sabato sera. Era vivere. Era essere parte di questo mondo

La folla mi travolgeva cantando, danzando, gridando. Voci con diversi timbri e toni dettati dalla quantità di alcol ingerito. Un po’ si riusciva anche a stare in compagnia e a chiacchierare, seduti lì, al pub. Ma poi, vino o birra o cocktail, poco importava: era la bottiglia la padrona. Era quel suo magico luccicare, quell’inghiottire, quel tracannare senza neanche percepire l’odore o il profumo. Trangugiare un liquido. L’opposto del sommelier che versa delicatamente il succo d’uva nel calice, ne osserva estasiato la colorazione, lo scalda con il calore delle mani, lo annusa per riconoscere le minime sfaccettature e poi lo degusta, lasciando scivolare il liquido lentamente nella gola, senza fretta, con gli occhi socchiusi e i sensi allertati. Era il contrario.

La nostra era solo voglia di ubriacarsi il più velocemente possibile, concentrandoci affinché l’alcol arrivasse subito allo stomaco e fosse portato in circolo nelle vene al più presto. Subito, occorreva che arrivasse subito al cervello ad annebbiarci la vista, a intontirci le orecchie, a farci inciampare al minimo ostacolo di carta. Il tutto per dimenticare, essenzialmente per quello. Una scuola che è un parcheggio. Un lavoro che non c’è o che fa schifo. Una famiglia che chi l’ha mai vista, ridotta alla nonna che aspetta di bere anche lei la sua bottiglia di rosso. O alla mamma che dice: “porta ‘sta roba alla nonna e torna presto a casa”. E il papà chissà dov’è, chissà quando torna a casa. E neanche un amore decente, solo qualche settimana e via, poi non conti più niente. Sono lì che mi chiedo: “Ma dov’è il lupo? Dov’è questa bestia feroce? Ma che aspetta a portarmi via?” E la bottiglia che ancora mi fissa con quei finti occhi ora è caduta e rotola giù sull’asfalto consumato da suole di mille scarpe.

 

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