Miticherie #3

- 11 Apr 2012

Spezzatino d’unicorno

Non si capisce bene perché, ma l’unicorno è la bestia fantastica più cara alle culture di ogni tempo. Con la pioggia e col sole, dalle pianure falcidiate da Gengis Khan fino alle profumate corti rinascimentali, il mito dell’unicorno prospera, galoppa allegramente e s’ingarbuglia, alimentando strani commerci, imperversando nell’arte e arrivando persino a convertire un signore serio e precedentemente incredulo come Leibniz.

Come al solito, i primi a farneticare d’unicorni furono i greci. Quattro secoli prima di Cristo, Ctesia racconta di un supersonico asino selvatico dell’Indostan, uno strano quadrupede di pelo bianco, con gli occhi blu e un corno piantato in mezzo alla fronte. E se l’unicorno di Ctesia è vezzosissimo – il corno è bianco alla base, nero in mezzo e rosso in punta -, quello di Plinio non solo muggisce come un trombone, ma è anche inafferrabile ed estremamente selvatico: catturarlo vivo è impossibile e la sua forza risiede nel corno. Se minacciato – osservano i mercanti di Alessandria, che gli unicorni li avevano visti solo dipinti sui piatti del re d’Etiopia -, il baldanzoso destriero si getta dal primo precipizio che trova e si rigira ben bene in modo da toccare terra col corno. La prodigiosa escrescenza, infatti, è in grado di assorbire del tutto l’urto della caduta, permettendo alla creatura di trotterellare via illesa, verso un bel prato di carote croccanti.

Non poter catturare gli unicorni fu il grande cruccio dell’umanità per centinaia di anni. Gabbati dall’ennesimo cavallo tuffatore, ai cacciatori ansimanti non restava che bloccarsi sul bordo di un dirupo a guardare l’ambita preda che si schiantava di faccia, rialzandosi poco dopo come se niente fosse. E a poco servivano i sassi e le bestemmie, perché dell’unicorno rimaneva puntualmente solo il rumore degli zoccoli. Stanchi di farsi prendere in giro dalla prima bestia improbabile che passava per la foresta, i cacciatori decisero di delegare, che se c’era da fare una brutta figura era meglio farla fare alle donne. Fu così che, all’alba del Medioevo, dei bifolchi frustrati afferrarono delle tizie per strada e le abbandonarono nel folto del bosco, tanto per vedere che cosa succedeva. Come nella miglior tradizione delle scoperte accidentali ma rivoluzionarie, ci si accorse che all’unicorno garbavano moltissimo le fanciulle illibate, e senza agghiaccianti secondi fini.

Avvezzo a trucidare gli elefanti con una sola capocciata – o almeno così vagheggia l’enciclopedia di Isidoro di Siviglia – l’unicorno non può resistere alla calma fermezza di una vergine, vera e propria morbida Fruit Joy dell’antichità. Abbandonando ogni istinto di belligeranza, ci racconta Leonardo Da Vinci da destra a sinistra, il cavallone andrà incontro alla ragazza e si farà imbrigliare, appoggiando docilmente la testa bianca sul ginocchio della soavissima giovane, fino ad addormentarsi come un sacco di patate.

Una volta domato, grazie allo stratagemma più vecchio dell’universo, l’unicorno diventa facile preda della tradizione cristiana e del contrabbando, non necessariamente in quest’ordine. Simbolo di purezza e castità, dell’amore fedele e di Cristo – anche perché qualsiasi cosa finisce per essere una contorta allegoria di qualcosa che ha fatto o detto Gesù -, all’unicorno iniziano ad essere attribuite proprietà magiche davvero provvidenziali. Il corno arricciolato del mitico destriero è in grado di debellare le malattie più tenaci ed eterogenee, ma anche di individuare i veleni, cosa utilissima se sei una persona importante. Per questa ragione, ai monarchi di ogni latitudine venivano sovente donate coppe e boccali ricavati dalla spavalda escrescenza dell’unicorno – usanza che contribuì al pre-pensionamento d’interminabili schiere di assaggiatori di corte, finalmente sollevati dai loro onerosi incarichi -, ma anche corni interi, che potevano essere esibiti con inaudita sicumera nei cabinet of curiosities delle famiglie reali più modaiole. Nessuno disse mai ad Elisabetta I d’Inghilterra che il suo adorato pezzo d’unicorno era probabilmente solo il dente di uno sventurato narvalo, trucidato chissà quando da un peloso guerriero vichingo e rivenduto a un mercante europeo per tanto oro quanto pesava, ma tant’è, il commercio di presunte reliquie d’unicorno fu prospero e fantasioso. E si cercò anche di migliorare il metodo di cattura, dato che dell’unicorno serviva all’improvviso solo una porzione. Abbandonando la faccenda un po’ incresciosa delle vergini e giustificando le nuove crudeltà umane con un rigurgito di antica superbia unicornina, i destrieri prescelti per il macello venivano accerchiati e spinti a caricare finchè non si piantavano da soli nel tronco di qualche albero. E lì, cretinamente incastrati per il corno, diventavano souvenir per regine.

Grazie al cielo, la tradizione del celeste impero viene a soccorrerci.

L’unicorno cinese si chiama k’i-lin ed è uno dei quattro animali di buon augurio, insieme al drago, alla fenice e alla tartaruga. Il più nobile fra i quadrupedi, il k’i-lin è una creatura dal pelo multicolore e il suo corno è fatto di carne, invece che d’avorio o di chissà quale altra stupidaggine.

Quest’unicorno dell’est non fa male a nessuna creatura, non calpesta i pascoli verdi e il termine naturale della sua vita è di mille anni. Funestissima sventura si abbatterà su chi ne troverà il cadavere o su chi lo ferirà, super splendente sarà invece l’avvenire di chi incrocerà il suo cammino.

L’apparizione di un bel k’i-lin pasciuto è, infatti, presagio dell’avvento di un sovrano virtuoso.

E tante care cose.

Mentre l’occidente cerca di nascondere le proprie malefatte schiaffando unicorni d’ogni forma e colore su stemmi araldici, stendardi e drappeggi, l’archeologia si arma di piccone per andare in cerca di qualche reperto degno del mito. Il primo a portare alla luce le spoglie di un unicorno preistorico fu, nel 1663, il tedesco Otto Von Guericke, campione imbattuto di puzzle. Il Guericke, dando prova di una sfacciataggine che quasi intenerisce, raccattò ossa a caso da una caverna dell’Harz e le incollò insieme nel garage di casa sua. L’unicorno-Frankenstein che ne uscì – e che chi ha del tempo da perdere può ancora oggi ammirare a Osnabrück – aveva solo due zampe, gabbia toracica di rinoceronte e femori di mammut. A completare l’opera, restituendoci la gioia di immaginare qualcosa di strano e meraviglioso, sarà il solito corno del sempre più sconsolato narvalo, vero eroe silenzioso e senza macchia di tutta la faccenda.

 

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