Le radici di Viola | Quarta parte

- 25 Aprile 2012

Faccio un respiro lungo che risucchia tutto il rumore intorno, lo spolpa e me lo restituisce filtrato, puro.

Non posso smettere di pensare.

Lancio uno sguardo in direzione di Zaira. È alla giostra dei cavalli, quella con gli specchietti, gli unicorni dorati di legno e la musica da lago dei cigni, che non strizzano le budella ma vendono incantesimi a poco prezzo.

Sta giocando con le frange del foulard che ha al collo, ma forse sente i miei occhi addosso perché si gira e mi risponde con un lampo smeraldo.

Dalla giacca, la piccola viola nascosta nella tasca mi lancia una gomitata nel fianco, a ricordarmi che la mia missione con lei non è finita qui, con le radici a pancia all’aria tra i rimasugli di tabacco.

Credi davvero che possa vivere dentro una tasca?, sembra dire, dal cuore dei suoi petali.

Accarezzo quelle piccole unghiette setose, aggrappate alla vita con determinazione, e decido. Decido che il destino si sceglie in cinque secondi, e che io voglio farlo adesso.

Lascio il controllo del braccio meccanico e mi allontano dalla giostra. Cerco la mano di Zaira, la stringo e ci trascino via, sollevando polvere e domande.

Il Tagadà continua a girare da solo, senza controllo; il panico si è mangiato le urla, ha ridimensionato le volontà.

Al diavolo, ognuno porti se stesso.

Usciamo dal cancello del luna park e ci fermiamo poco lì fuori, in un quadrato di terra pulita, un metro per un metro di campo spazzato dal vento.

Annuso l’erba, ha l’odore della brina che ha succhiato stanotte. Buco con le mani il terreno, i polpastrelli sono vanghe insistenti che fanno leva sulle giunture.

Zaira scherza con i nodi dei suoi capelli e mi guarda curiosa mentre tiro fuori dalla tasca il piccolo fiore e gli regalo il suo metro quadro di vita nuova, dove aggrapparsi con le radici e bere linfa.

Alzo la testa, il luna park è già un rimbombo lontano: le carovane, le lucine e la strada si chiamano ieri.

Cerco le pupille della mia donna e dico casa. Lei fa sì con la testa e inaugura il nostro nuovo viaggio con un bacio morbido.

“Rimaniamo sempre zingari, eh!”

Ride.

Respiro l’aria azzurra di mare e la strizzo in un abbraccio che ci rovescia sul prato con i piedi all’aria.

Lo scirocco ci sussurra la sua benedizione.

Penso che nostra figlia si chiamerà Viola. Così, quando mi chiederà da dove viene, potrò risponderle da un fiore, piccola mia, da un fiore.

 

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