Le radici di Viola | Prima parte

- 4 Aprile 2012

Ho messo le scarpe al sole, per strappare un sorriso a questo inverno rosicchiato e tornare a faticare con i piedi tiepidi.

Tiro fuori una cartina stropicciata e le briciole di tabacco sparpagliate nella tasca infeltrita, arrotolo la mia pausa senza filtro così la sentirò bruciacchiare di più lungo la gola.

Scrocchio le dita, una mano per volta, ci sento i nodi dentro.

Giocherello con la rotella dell’accendino prima di allungare la fiamma sotto il naso e far entrare il sapore dolciastro del tabacco ad accarezzare la lingua, e poi giù di corsa, una capriola nello sterno, e di nuovo fuori più lento, in un respiro di fumo. Dalle quattro di stamattina, quando siamo arrivati a Genova, questo è il primo momento di tregua che mi concedo.

Penso a quello che mi ha detto Zaira stanotte, ai suoi occhi neri, grandi nel buio, che si divoravano il freddo sotto la tela cerata. Il ronzio delle sue parole è guerra dentro la mia testa.

Scopro una viola, nascosta in equilibrio sul micro-burrone tra il cemento e l’erba. È nata prematura, strizzando l’occhio al freddo, e adesso mi guarda come se mi stesse chiedendo aiuto.

Aiuto.

La tiro fuori da quel labbro di terra con tutte le radici e la faccio scivolare dentro alla tasca della giacca, con i petali che si bagnano nel sole tiepido, e la promessa di un futuro migliore.

In sottofondo inizia a partire il solito carosello di musiche e lustrini: sono le tre di domenica pomeriggio, tra poco arriveranno i bambini a fare zig zag tra palloncini e odore di zucchero filato, inseguiti da genitori troppo apprensivi. I tredicenni sono già appostati a gruppetti intorno all’autoscontro, avvolti in giacche a vento fluo. Alternano un tiro di sigaretta a un pallone di big babol e muovono la testa con piccoli cenni a ritmo tunz tunz.

Devo tornare, mi staranno cercando.

Da qui a mezzanotte, quando il luna park chiuderà i cancelli, nessun’altra pausa, nessun pensiero.

 

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