Giacomino, poi | Terza parte

- 16 Aprile 2012

Quando andammo all’ospedale lo scooter di Giacomino lo guidavo io, che non ho nemmeno la patente, ma mica potevo far guidare Lucio: quello tremava di paura.

L’ambulanza aveva la sirena accesa e andava a tutta ma io non la mollavo, e avevo il corpo della Rosy stretto a me e le sue mani sulla pancia, e piangeva e mi gridava nell’orecchio, e non le sembrava possibile che stesse succedendo quello che stava succedendo. Dieci minuti che non dimenticherò mai più, Giacomino tra la vita e la morte dentro l’ambulanza e il corpo della Rosy appiccicato al mio: un sogno che si realizzava nel momento più brutto, proprio un destino malefico.

Quasi tre ore al Pronto Soccorso, poi. Senza sapere nulla. E gli infermieri che ogni tanto venivano da noi e ci dicevano qualcosa, coraggio, ragazzi, coraggio, e ci portavano da bere, e poi è arrivata la mamma di Giacomino insieme a suo fratello e sono andati dentro e non tornavano più, e poi è arrivato lo zio con suo cugino, e un tizio insanguinato che aveva fatto un incidente in moto, e c’era un gran viavai e faceva un po’ caldo e un po’ freddo, e la Rosy aveva finito le lacrime e io non ero ancora riuscito a tirarne fuori una.

A dirci che Giacomino era morto è stata un’infermiera vestita di verde dalla testa ai piedi. Che poi a pensarci bene non ce l’ha proprio detto, ci ha solo chiamati da una parte tutti e quattro, e ha fatto un verso strano con le labbra, come per trattenere le parole, che non uscissero fuori: ferme, siete troppo tremende, rimanete dentro, e ha scosso la testa e ha chiuso gli occhi, e quando Sara è scoppiata a piangere ha sussurrato e l’ha abbracciata stretta e ha pianto un pochino anche lei. Qualcuno l’ha pronunciata la parola morto, forse Lucio, forse la Rosy, io no di certo, perché l’avevo capito subito, bastava guardare gli occhi di quella signora per sapere com’era andata a finire, e per capire che in quelle poche ore anche i dottori e gli infermieri s’erano affezionati a Giacomino e avevano fatto di tutto per salvarlo.

Non è giusto morire così presto. Giacomino, poi. Uno che la vita gli schizzava fuori da tutte le parti, come la maionese nei panini che preparo io. Uno che stava seduto solamente a scuola e sorrideva sempre, e aveva un sacco di idee. E poi altro che le mie esperienze: lui una volta aveva perfino fatto l’amore. L’aveva raccontato solo a me, senza dirmi con chi l’aveva fatto, ma io l’avevo capito: con una tipa di terza che veniva a cercarlo ogni mattina e lui non si faceva trovare. Non era niente di che quella tipa, grassa, sempre vestita di nero, con un nome che finiva per -isa, tipo Marisa, Luisa, Eloisa, e mi ricordo che al funerale piangeva come una fontana, anche se a dir la verità piangevano tutti al funerale, me compreso. Aveva voglia di parlare Don Andrea, il regno dei cieli, il regno dei cieli… Il regno di Giacomino era il paese, la piazza, il campo sportivo, e non è possibile che in cielo possa divertirsi quanto si divertiva sulla terra, e che sia amato com’era amato qua, che gli volevano bene proprio tutti a Giacomino, perfino i professori. Che come ha detto la Rosy quando succede una cosa del genere ti viene proprio da dubitare che ci sia un Dio, o che perlomeno sia così buono e giusto come dicono. Cosa lo preghi a fare uno così? Eh?

Quante ore di catechismo s’era sciroppato Giacomino? Quante messe? E sì, parolacce ne diceva, ma non l’avevo mai sentito bestemmiare, ed era scatenato, è vero, ma non era mica come quelli che non perdono occasione di spillarti un euro o di ruttarti in faccia. E se l’avevano bocciato ed era capitato in classe mia non era mica perché non studiava, era perché era stato in ospedale tanto tempo.

 

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