Folie à deux | Seconda parte

- 15 Aprile 2012

“Pulisciti la bocca.”

Lucrezia alza gli occhi al cielo, prende una salvietta e si tampona le labbra.

“Non si butta la carta nel posacenere. Mai!”

“E dove me la metto?”

“Mettila in borsa, poi la butti via.”

Apre svogliata lo zaino, infila con un dito la salvietta tra i quaderni e prende lo specchietto. Butta in fuori le labbra, dà un’occhiata ai denti e controlla il profilo con uno sguardo di sbieco.

È iscritta all’ultimo anno di liceo, i suoi risultati sono nella media, non ha nessuna amica, passa la ricreazione concentrata sulle sue gallette dietetiche di riso integrale. Gli insegnanti si ricordano di lei quando la devono interrogare, per il resto del tempo nessuno sa che è lì. Le priorità di Lucrezia, pelle immacolata, cura delle unghie, raffinatezza e galateo hanno un gusto neoclassico che allontana i compagni. Etichetta: fuori moda.

Nonostante Lucrezia presti un’attenzione struggente alle lezioni, non capisce nulla degli argomenti trattati. A fine mattina le sue gote si fanno rosse dallo sforzo mentre il colorito del viso sbianca e un vuoto allo stomaco maschera il vuoto di significato. Ha sei in tutte le materie, i colloqui con gli insegnanti sono sempre frettolosi perché di Lucrezia rimane poco da dire.

“A scuola non parlo mai con nessuno, il mio compagno di banco si costruisce una torretta di libri per separare il mio posto dal suo e quando passo in corridoio mi ridono tutti dietro. Io non ci voglio più andare…”

“I tuoi compagni sono una massa di ragazzini puzzolenti, Lucrezia. Porta pazienza ancora un anno e poi non li vedrai più. E quei professori? Dei frustrati. La vedi la Grimaldi come viene vestita? Quanti decenni avrà la sua gonna? E il preside? Indossa un loden che probabilmente era appartenuto a Noè.”

“Sì, però la Grimaldi si è scordata di interrogarmi.”

“Che sfaccendata. Come se un avvocato si scordasse il giorno dell’udienza.”

“Va be’, è lo stesso. Domani esco volontaria.”

“Esci dove, scusa, amore?”

“Esco dove… mi faccio interrogare.”

“Fai dopodomani che oggi abbiamo la manicure e Loretta ci impiega sempre più del previsto.”

“Vorrei un brillantino sul mignolo, come Carlotta.”

“Roba da commesse. Magari a Natale ti fai dipingere un agrifoglio e a ferragosto un tanga? Ti prego, Lucrezia.”

“Roba da commesse… Be’ ma tu allora che hai le ciglia finte?”

Ripeteva parte delle sue frasi, aveva già una voce diversa dalla madre ma si sforzava di imitarne il tono.

“Ho le ciglia folte, amore, folte e non finte!”

“Sì ma te le incolli.”

“Su delle ciglia che ci sono già. Hai mai visto un’unghia brillare, in natura?”

“Carlotta dice che illumina i movimenti delle mani.”

“Ma allora siete un po’ amiche tu e lei?”

“Macché, nemmeno mi saluta. Sta nel banco dietro al mio e io sento tutto quello che dice a Giulia.”

“E ci mancherebbe. Se ti sapessi amica di una del genere dovrei pensare di aver fallito come madre. Nella vita si hanno al massimo due o tre amici fidati, riempirsi l’agenda di conoscenti è da cafoni. Mamma mia che aria sciocchina hai oggi. Ma mi stai ad ascoltare? Hai gli occhi imbambolati. Sei come me, ti si legge tutto in viso.”

“Sì che ti ascolto…”

Lucrezia fremeva e arrossiva sotto quei rimbrotti pungenti, quegli occhi indagatori, quella voce dalle finali in cantilena.

Le loro conversazioni andavano avanti così per giorni e per anni. Parlavano male degli altri, perfezionavano loro stesse, pura ricerca di finezza stretta in una fusione senza scampo. Ogni giorno una ruga in meno per Laura e una in più per Lucrezia. Una questione di filler e di naturalezza.

Madre e figlia andavano insieme dal medico, dal parrucchiere, in posta, al supermercato, dall’estetista, a fare shopping. Guardavano gli stessi programmi alla tv, sparecchiavano e lavavano i piatti in perfetta alternanza, seguivano la stessa dieta, prediligevano lo stesso tipo di biscotti. Il sabato sera cenavano in un ristorante molto à la page e poi passeggiavano luccicanti lungo le vie del centro.

 

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