Dallo stato confusionale, partire | Terza parte

- 20 Aprile 2012

Appuntamento alle tre davanti alla “nostra” libreria. Ero ansiosa. Volevo capire cosa c’era che non andava, perché sentivo un bisogno di vederla che andava ben oltre la voglia di parlare con qualcuno che capisse davvero quello che sentivo. Non mi era mai capitata una cosa del genere. La mia mente aveva la spiacevole tendenza ad evitare di restare impigliata in tutto quello che avrebbe potuto rivelarsi gratificante, o semplicemente piacevole. La mia propensione a legarmi a persone, luoghi, idee che difficilmente avrebbero elevato la mia vita al di sopra di un livello di piatta mediocrità era implacabile. Non si trattava semplicemente di autostima insufficiente, no: era qualcosa di molto più profondo ed intricato, nonché assolutamente incomprensibile. Ma in Lucia c’era qualcosa che mi faceva smettere di pensare a tutto questo, anche solo per pochi brevissimi istanti.

Entrammo a fare un giro in mezzo a quegli scaffali pieni di pagine ingiallite, di parole scolorite strette l’una all’altra nella paziente attesa di essere percorse da occhi mai stanchi, e stavolta ne uscimmo con un libro ciascuna. Poi parlammo per ore, in una piccola sala da tè nascosta in una via del centro. Vinsi ogni paura e le raccontai della mia storia con Giovanni. Mentre parlavo, mi prese la mano. La tenne stretta tutto il tempo. E mi raccontò il suo, di problema. Mi parlò di un ragazzo che viveva lontano, e che aveva deciso di trasferirsi lì, per vivere con lei. Solo che lei non si sentiva pronta. Si era innamorata, mi disse. Una cosa improvvisa, inaspettata, di quelle a cui nessuno crede finché non le prova sulla propria pelle. E la cosa più strana era che quella persona, quella per cui lei aveva perso il sonno, quella che occupava ogni suo sogno – “anche quelli più… beh, quelli”, mi disse abbassando gli occhi – era una ragazza. Non mi sentivo più le gambe. Mi stringeva la mano sempre più forte, mi guardava con i suoi occhi enormi verdi struccati. Io non pensai più a niente.

Respirai. Poi uscii dal bar, veloce, senza voltarmi mai.

Provò a chiamarmi decine di volte. Spensi il telefono. Passai tutto il giorno successivo in uno stato di totale apatia. Cercavo di spiegarmi il perché della mia reazione così eccessiva, così insensata, ma forse preferivo non saperlo: avevo paura di quello che un’analisi delle mie sensazioni meno superficiali avrebbe potuto rivelarmi. Stavo sul mio letto a sfogliare un libro dopo l’altro, ad accarezzare la copertina della piccola raccolta di poesie che avevamo comprato insieme quel pomeriggio. Poi, il suono del citofono. Ero perplessa. Non aspettavo nessuno, mi ero trasferita in quella casa da qualche settimana e in pochi conoscevano il mio indirizzo. Mi alzai svogliata dal letto e mi avviai lentamente verso l’ingresso. Aprii la porta. Per qualche secondo restai immobile, senza riuscire a dire una parola. Davanti a me c’era Giovanni che mi sorrideva.

“E tu che ci fai qui?”

“Avevo qualche giorno di ferie. Dovevo… beh, volevo venire di persona”.

Il modo in cui esordì non mi piacque per niente. Voleva lasciarmi. Avrei dovuto esserne felice, ma ero talmente spaventata dai cambiamenti che anche l’idea di non avere più quella presenza costante nella mia vita mi metteva in crisi. Mentre gli preparavo il caffè mi raccontò della sua vita a Stoccolma, del suo lavoro, della casa, degli amici. Non mi chiese niente di me. Continuava a rovesciarmi addosso il suo autocompiacimento, mentre io neanche fingevo più di ammirare la sua stereotipata, sterile perfezione. Poi, dopo aver svuotato la sua tazzina di caffè troppo zuccherato in meno di un secondo, me lo disse. Non si poteva andare avanti così, lui mi amava ma voleva qualche certezza, e la distanza era un problema insormontabile, visto che io neanche mi degnavo di salire su un aereo per andare da lui. Quando andò via provai un misto di sollievo e indifferenza: in fondo, ero sola già da un po’. Entrai in camera, con la tazza di caffè ormai freddo ancora in mano, presi un pennarello e con una freddezza che non mi apparteneva cancellai dal foglio i primi due punti della lista.

 

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