Dallo stato confusionale, partire | Seconda parte

- 13 Aprile 2012

Il giorno dopo mi svegliai nel mio letto illuminato dai raggi di un sole invernale. La sera prima avevo seguito il consiglio di quello stravagante signore col cappello. Non davo mai retta a nessuno, ma il fatto che quella frase perentoria fosse stata pronunciata da un perfetto sconosciuto mi aveva spinta ad accantonare per una volta la mia testardaggine e prendere carta e penna per mettere ordine nel casino che regnava incontrastato nella mia vita. Mi alzai dal letto e fissai quel foglio attaccato all’anta dell’armadio, pieno di frecce e scritte colorate. La scritta rossa “Organizzazione vita” mi fece sorridere. Viste così, quelle grandi lettere in stampatello sembravano dirmi che sarebbe stato facile. Osservai quella piccola lista che in mezzo a mille altre scritte era l’unica cosa veramente chiara, a segnalare una parvenza di determinazione nella mia mente confusa.

Primo punto: Giovanni. Lui. Quello di Stoccolma. L’avevo chiamato, una volta tornata a casa, e lui non era sembrato particolarmente stupito della mia decisione improvvisa di non raggiungerlo.

Erano mesi che gli dicevo che non ero pronta, che non sapevo cosa fare, che il freddo e il pensiero di una casa che sarebbe stata mia – nostra – per chissà quanto tempo mi terrorizzavano. Cercava di capirmi. Ma non ci riusciva. Pensai che probabilmente aveva già deciso di farla finita, e che stesse semplicemente aspettando il momento giusto per dirmelo senza farmi piombare in una crisi esistenziale da cui non sarei più uscita.

Poi c’era il punto due. Lucia. L’avevo conosciuta in libreria, stava sfogliando l’unica copia del libro che da giorni cercavo in ogni angolo della città. Cercai di convincerla a cedermelo. Non ci riuscii, ma lei mi offrì un caffè. Non avevo mai parlato così a lungo con qualcuno che mi capisse davvero come sembrava fare lei. Dopo poche ore che mi conosceva era riuscita a sviscerare completamente alcuni dei miei problemi più nascosti, arrivando a districare quel groviglio di insicurezze che era il mio carattere. Restammo sole nel bar che stava ormai chiudendo. Uscimmo sotto la pesante pioggia serale che bagnava i marciapiedi e i tombini, e quando mi avvicinai per salutarla provò a baciarmi.

Mi spostai, la salutai imbarazzata, tornai a casa. E non smisi più di pensarci. Da quella sera non ci eravamo più viste. Avrei voluto raccontarle dei miei problemi con Giovanni, della mia reticenza nei confronti di qualunque legame serio, eppure c’era qualcosa che mi frenava. E non capivo cosa.

Punto tre. Un’altra partenza. Qualche giorno prima avevo scoperto di aver vinto una borsa per partire in Erasmus. Granada, per un anno. Da molto tempo avevo voglia di costruire una minuscola parte della mia vita fra strade e pareti sconosciute, e poi magari lasciarla lì, perfetta e lontana da tutto il resto. Ma non ero ancora riuscita ad accettare e mancavano solo tre giorni prima che assegnassero la mia borsa a qualche studente molto più deciso di me. Continuavo ad esitare, forse frenata dall’eventualità di poter ancora decidere di andare a vivere a Stoccolma insieme alla persona che, senza ammetterlo a me stessa, avevo smesso di amare.

Fissai quelle tre cifre cerchiate di rosso: pensai che avrei dovuto iniziare da qualcosa, e risolvere almeno uno dei tre problemi quello stesso pomeriggio.

Afferrai il telefono e chiamai Lucia.

 

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