Dallo stato confusionale, partire | Prima parte

- 6 Aprile 2012

Un aereo prese la rincorsa lentamente, poi sempre più veloce, fino a staccarsi dal suolo bagnato di pioggia ed affrontare quelle gocce che sempre più fitte sferzavano il suo corpo pesante. Lo guardai, in piedi dietro una grande vetrata. C’era il mio riflesso pallido che, a qualche centimetro dal mio naso, mi fissava. Sembrava volermi dire che avevo appena fatto una cazzata. Invece restava immobile, gli occhi spenti, qualche lacrima che colava sulle guance. O forse era solo pioggia sul vetro appannato.

Allungai la mano per verificare che la mia valigia fosse ancora lì accanto a me, poi afferrai il manico e me la trascinai dietro fino a un bar quasi vuoto, fatta eccezione per un altro viaggiatore mancato che, seduto in fondo alla sala, leggeva assorto. Ordinai un caffè e mi sedetti al tavolino accanto al suo. Avevo bisogno di sentire che qualcuno mi stava vicino, anche solo fisicamente. Non chiedevo altro, in quella sera fredda, non potevo avere nient’altro.

Pensai alla decisione che avevo appena preso, e che in qualche modo avrebbe condizionato la mia vita. Tutta la determinazione accumulata nei giorni precedenti era crollata in un attimo. Quando avevano annunciato la partenza del mio volo ero rimasta seduta davanti a quella vetrata da cui pochi minuti prima avevo visto andar via un pezzo del mio futuro. Con gli auricolari nelle orecchie, avevo alzato il volume al massimo. Stavo lì immobile. Ignoravo tutto quello che mi circondava (ultima chiamata per il volo…), ascoltavo quegli accordi che ormai conoscevo a memoria (…in partenza per Stoccolma…), non pensavo a niente (ultima chiamata…). Non era stata la paura a fermarmi, né la mancanza di convinzione. Semplicemente, per la prima volta nella mia vita, avevo scelto di restare. Pensai che avrei dovuto dirgli qualcosa, avvisarlo che quella sera non sarei arrivata, che avrebbe potuto prepararsi un bagno caldo e una cena precotta monoporzione, scegliere un libro da leggere fino a tardi da solo nel suo letto, immerso in quella musica che sa di boschi del nord.

Ma non feci nessuna di queste cose. Il mio tè bollente arrivò al tavolo, e con la tazza fra le mani mi crogiolai in quel piacere così piccolo che riusciva sempre a farmi sorridere. Portai la tazza alle labbra, quando all’improvviso notai che il mio vicino di tavolo, il mio silenzioso compagno di solitudine, mi guardava. Lo osservai. Avrà avuto cinquant’anni, portava un cappello marrone scuro e aveva in bocca un sigaro un po’ masticato che probabilmente non avrebbe mai acceso.

“Dove non sei andata?”, mi chiese con un sorriso tra l’affettuoso e l’ironico.

Non capii subito. “Come, scusi?”

“Non sei partita. Dovevi partire e non l’hai fatto. Ce l’hai scritto in faccia”

Avrei voluto dirgli che non era vero, che mi trovavo lì solo per bere un tè e che in ogni caso non erano fatti suoi.

“Già. Non sono partita”

Appoggiai la tazza, e iniziai a parlare come non facevo da giorni, quei giorni in cui l’indecisione mi aveva divorato l’anima. Gli raccontai tutto, ammisi cose che per un tempo interminabile avevo nascosto anche a me stessa.

Quando il flusso sconclusionato delle mie parole improvvisamente si arrestò lui annuì, come se fosse abituato a sentirsi rovesciare addosso sfoghi di persone confuse e un po’ nevrotiche.

“Devi alzarti”, mi disse. “Ora esci da qui, sali su un autobus, torni a casa, prendi un foglio e fai uno schema”.

“Uno schema?”

“Si. La tua vita. Devi mettere ordine nella tua vita, immediatamente”.

 

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