Dalla confusione, partire | Quarta parte

- 27 Aprile 2012

Uscii sotto la pioggia, senza ombrello, sola con i miei pensieri. Non misi neanche le cuffie nelle orecchie: volevo sentire il mondo che sotto quelle gocce pesanti si faceva silenzioso, fermandosi ad ascoltare per un po’. Camminai per più di un’ora, e senza accorgermene mi trovai davanti a una caffetteria piena di specchi e libri consumati. Mi sedetti, e per un attimo guardai la mia immagine riflessa, percorrendo con lo sguardo le macchie livide sotto gli occhi che raccontavano la storia dei giorni appena passati, la pelle troppo pallida di chi, impegnato a pensare, ha dimenticato che esiste un mondo, fuori. Ciò che era successo negli ultimi giorni mi aveva aiutata a ritrovare qualcosa che, polveroso, si era depositato sul fondo.

Pensai che non sarei mai riuscita davvero a ritrovare me stessa. L’avevo sempre odiata, quell’espressione: come se ci si dovesse ritrovare per forza. Come se perdersi, restando immobili, perdersi dentro sé stessi, fosse un male. Ordinai un caffè lungo, poi misi una mano nella borsa per cercare l’agendina gialla che fra le sue pagine raccoglieva gli indirizzi dei posti più strani e belli in cui mi capitava di entrare quando mi trovavo a passeggiare per il mondo. Dal fondo della borsa ripescai un foglio maltrattato, piegato in quattro: era il modulo di accettazione della borsa Erasmus, già compilato. Sospirai.

Ogni tanto mi capita di ripensare a quel momento così breve in cui fui improvvisamente capace di vedere quello che mi aspettava, senza averne paura. Fu un’immagine limpida, fu una fugace, improvvisa certezza. Nel giro di pochi secondi bevvi il mio caffè, lasciai qualche moneta sul tavolo e filai via, nella pioggia. Non avevo mai corso come quel giorno.

Il momento in cui uscii dall’università dopo aver consegnato il modulo fu leggero, felice. Pensai che le decisioni erano belle. Rendevano tutto più facile, a volte. Decisi che da quel momento in poi non avrei lasciato più niente in sospeso, niente. Cercai l’agenda, volevo segnare la data di quel giorno, mi sarebbe piaciuto ritrovarla lì all’improvviso, sfogliando quelle pagine, ricordarmi di quegli attimi assurdi che avevo appena passato. Ma non la trovai. Fu allora che mi resi conto di averla dimenticata al bar. Rientrai sempre più stanca in quella piccola sala di specchi, dopo l’ennesima corsa, ma per fortuna l’agendina era ancora dove l’avevo lasciata. Ero troppo stanca per avviarmi nuovamente verso casa, così decisi di sedermi di nuovo su una di quelle sedie imbottite e opache per bere un po’ d’acqua. Chiusi un attimo gli occhi.

“Dove andrai?”

Aggrottai la fronte al suono di quella voce. Mi girai e rividi quel sigaro masticato, quel cappello un po’ storto sulla testa. Sorrisi come non sorridevo da giorni.

“Andrò. Ma per davvero, questa volta”.

Salutai il mio misterioso compagno di bevute stanche e uscii. Il cielo si stava rischiarando, raggi di sole deboli e arancioni mi sfioravano le ciglia; socchiusi gli occhi davanti a tutto ciò che da quel momento avrei guardato con incondizionata leggerezza.

L’aria densa profumava di pioggia. Mi strinsi nella mia pesante giacca di velluto mentre ascoltavo il rumore delle macchine che sfrecciavano rapide sull’asfalto lucido. Per alcuni secondi non riuscii a muovermi, presa dal vorticare delle eventualità nelle quali adesso avrei potuto perdermi senza pensare troppo.

Il rumore di un clacson nervoso mi risvegliò dal torpore. Presi il telefono e scrissi un messaggio.“Fra non molto me ne andrò. Ma tu rubami qualche altro libro, finché sarò qui”.

 

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