Bruno, il bambino che imparò a volare

- 17 Aprile 2012

La storia di Bruno, il bambino che imparò a volare è ispirata alla vita di Bruno Schulz, scrittore e disegnatore ebreo di origine polacca, vittima prima delle leggi razziali che lo confinano nel ghetto e poi di un ufficiale della Gestapo, per mano del quale trova la morte nel 1942. È la storia di Bruno Schulz, ma è anche la Storia con la maiuscola. Ed è giusto sottolineare quanto sia necessario continuare a ricordarla, a raccontarla, anche se inorridisce, anche se disgusta, anche se vorremmo che non ci appartenesse. Tuttavia, è la storia del piccolo Bruno quella di cui vorrei parlare.

Bruno è ancora un bambino quando si trova ad affrontare le continue sparizioni del padre, servendosi di una sfrenata immaginazione. Per questo custodisce dei pensieri che lo salvano quando sente il bisogno di essere salvato. Quando la solitudine lo sorprende e la nostalgia si fa più acuta, o quando gli sembra di essere troppo pesante e troppo piccolo per riuscire a spiccare il volo.

Bruno ha la testa grossa e i sogni forti e ogni volta che suo padre sparisce a lui non resta che niente. Nulla. Il vuoto. Come si può sopravvivere al vuoto? Come si può affrontare il terrore di precipitare nel tentativo di spiccare il volo? Bruno, che non è sciocco, ha capito che provare a colmare il vuoto non serve a niente: il vuoto resta, si dilata, non si colma. Ma Bruno, che è saggio e sveglio, ha capito anche che per affrontare il volo servono ossa leggere. Ossa cave, come quelle degli uccelli, buone per sfidare il cielo.

Bruno è una storia delicata; l’ha scritta Nadia Terranova, l’ha illustrata Ofra Amit. Le parole e le immagini sono talmente complementari che per me il piccolo Bruno Schulz non può avere che quella faccia lì e Drohobycz e la bottega di tessuti di Jakob Schulz non possono avere che quei colori lì. E il vuoto, perfino il vuoto, quel vuoto a forma d’uomo col cappello non può avere che quella sagoma lì. Bruno è la storia di un bambino che impara a volare perché quel vuoto lo ha saputo conquistare.

Poiché aveva imparato a vivere con una testa abnorme, Bruno conosceva le parole giuste per trasformare la diversità in opportunità.
E poiché il padre continuava a mancargli, sapeva quali corde toccare per rendere sopportabile la nostalgia.

Bruno. Il bambino che imparò a volare
Nadia Terranova – Ofra Amit
Orecchio Acerbo

 

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