Tre amiche, una città | Seconda parte

- 11 Marzo 2012

Eleonora

“Non so mai cosa mettere, eppure ho un armadio che potrebbe vestire tutto l’entourage di Moira Orfei” bisbiglia tra sé e sé Eleonora.
La mattina si alza sempre un’ora prima del previsto perché uscire di casa per lei ha lo stesso significato di “Vado a ritirare il Golden Globe passando sul red carpet”.
Nulla è mai lasciato al caso. Capelli perfetti, ciglia lunghe, smalto sempre lucido e uniforme, tacco a qualsiasi ora del giorno e della notte. Intimo rigorosamente in coordinato, calze all’ultimo grido e accessori come se fosse l’ultima occasione in cui indossarli.

«Matteo!» urla per farsi sentire dall’altra stanza «Dove diavolo hai messo le mie scarpe nere?»
«Mmmh» mugugna il suo fidanzato senza avere la forza di emettere una sillaba.
«Tu e la tua dannata mania dell’ordine, io voglio vivere nel mio casino ma con te non è lontanamente possibile. Guarda, guarda! Hai diviso perfino le borse per grandezza. Ma dove ti hanno assemblato? Alla Mattel?»
Quell’ordine creato in un paio d’ore viene stravolto nel giro di un minuto dalla forza violenta di Eleonora che per cercare le sue Jimmy Choo ha sezionato ogni angolo del suo appartamento.
Meno la scarpiera, luogo a lei completamente sconosciuto.
Matteo, sant’uomo, rimane a letto inerme con la febbre. Steso come un cavallo, imbottito di medicine, non ha la forza di avvicinarsi alla sua “scimmietta”.

«Amore io vado, ho la lezione, poi mangio con le ragazze e torno a casa a studiare.»
«Ba bene» risponde lui mezzo morente.
«Eh smettila, non sei un malato terminale, cosa sarà mai qualche linea di febbre?»
«Mmmh» controbatte senza articolare parola.
«Bacino, ciao» chiude la porta.

Da quando avevano deciso di convivere lei era più serena. Sentiva di appartenere a quella categoria di donne che al mattino sognano di uscire perfette di casa e sentirsi chiamare dal portiere “Signora cognomedelmarito”. Uscire dal portone, tenere in mano l’ultima pochette del suo stilista preferito e chiamare “Taxi” con molta eleganza.
Il modo migliore di iniziare una nuova settimana.

Carlotta

Sempre puntuale, sempre gentile, sorridente e disponibile, mai sopra le righe e mai sgarbata con il prossimo e il prossimo venturo. Perfino il giorno in cui si ritrovò alla stazione centrale con lo sciopero dei treni, due valigie e una borsa, senza sapere come fare per rientrare a casa, non dimenticò le buone maniere con una zingara che le chiese qualche monetina.
«Mi dispiace signora, davvero, sono mortificata ma non ho da darle nulla, ho solo questi cracker.»
Inutile dire che dei cracker la zingara se ne fregò, girò i tacchi e se ne andò senza nemmeno ringraziare.

Delle tre è l’unica pendolare, vivendo in un paese della profonda provincia per raggiungere all’università deve fare un’ora e mezza di strada tra treno e metropolitana.
Nonostante questo è sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via, non dimentica mai un libro e il suo lavoro per i progetti di gruppo è il primo a essere consegnato.
Come ogni mattina, puntuale sul treno delle 6.36, si toglie il berretto, i guanti, prende dalla borsa a tracolla il suo romanzo e legge.
“Jane Austen è l’unico modo per iniziare come si deve questo lunedì” pensa sorridendo.
Dimenticando il freddo, i pendolari che spintonano a ogni fermata, i lamenti e il vecchio stalker che la fissa di continuo, si estranea e allontana ogni rumore.

 

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