Sushi per due | Terza parte

- 22 Marzo 2012

Back to the present.

Sorrido compiaciuto, poi mi guardo il bassoventre. I boxer sono girati al contrario. Per una persona normale sarebbe un buon segno, vista la compagnia nel letto; insomma, un’equazione certa. Ma io non sono una persona normale, e quindi i boxer potrebbero essere girati da chissà quando. Scosto col dito l’elastico. Lui è là, sereno. Mi chiedo se sia il riposo del guerriero oppure la vergogna che lo fa giacere così tranquillo. Si sarà comportato bene? Ma soprattutto: sarà successo qualcosa?

La guardo, e immediatamente lui si sveglia. Una piccola e tranquillizzante scossa.

Ricopro la sua schiena, mentre riprendo la mia posizione abituale quando sono mezzo rimbambito, ossia seduto sul bordo del letto. Stavolta cercherò di non cadere di nuovo sul materasso. Ancora una volta metto indietro l’orologio della mia mente.

Ore 22,30.

Le dieci e mezzo. Anzi, le ventidue e trenta, come piace a lei. Non si sa mai che si possa confondere una notte come questa, in cui anche Milano sembra bella alla luce di una luna piena, con la solita mattina brumosa che negli ultimi giorni sembra essere una costante. Non è ancora arrivata. Panico. Ha cambiato idea. Ora mi arriva un messaggio nel quale mi dice che s’era scordata di un impegno importante. Oppure ha preferito scongelare le lasagne della mamma. Magari l’hanno scippata. Sicuramente le hanno rubato la bottiglia di vino. Non trova parcheggio. Ovvio. A quest’ora non trova…

TRRRRRR

Il citofono gracchia con quel rumore anni Sessanta che questa sera invece mi sembra un quartetto d’archi. Panico. Mi guardo distrattamente allo specchio e riconosco appena il tizio che mi fissa, il volto deformato… dal panico, appunto. Training autogeno. Respiro prooofooondo. Ok. Rispondo: “Chi è?”. La voce mi esce più stridula di quello che dovrebbe. Nessun segno dall’altra parte. Saranno stati i soliti burloni che citofonano per scherzo. D’altronde non è colpa mia se di cognome faccio Fibra. Sì, Fabri Fibra prima di Fabri Fibra stesso. Avrei tanto voluto che mio padre avesse optato per Marco, Lorenzo, Paolo; anche un Guglielmo sarebbe andato bene, ma no. Il medico che per primo mi ha picchiato dopo avermi estratto dal pancione si chiamava Fabrizio. Maledetto lui e quel rapper da quattro soldi. Non che prima non facesse ridere, in effetti. Un altro TRRRRRR mi strappa alle mie riflessioni sul mio albero genealogico. “Allora, se avete finito con sti scherzi del cazz…”. “Fabri? Mi apri? Il vino pesa e fa anche freddino”. Pigio il citofono con tutta la mia forza.

Guardo le pantofole di peluche che indosso e spalanco la porta: ci siamo.

Mattina.

Claudicante esco dalla stanza, senza guardarla, come un vecchio Orfeo che voltandosi fa scomparire la sua Euridice voltandosi. È troppo bello e troppo assurdo per essere vero. Ci deve essere la fregatura da qualche parte. Faccio lo slalom tra una serie di vestiti, avanzi di sushi, due bottiglie di vino, bicchieri, un tappeto di cd la metà dei quali non sapevo di avere, e finalmente m’intrufolo in bagno. Faccio pipì con la testa appoggiata al muro.

Ore 11,45– pardon, ventitré e quarantacinque.

Il tasso alcolico è salito vertiginosamente. Abbiamo ingurgitato il sushi, poi siamo passati all’insalata di mare, alle lasagne e alle olive ascolane (che non mi piacciono, ma le mangio lo stesso come un vero servo della gleba, per non contraddirla): le ultime due, generosamente offerte da mamma sua. Come dolce, recupero del panettone gentilmente donato dal mio boss: considerando che siamo a Pasqua, se la cava ancora.

Conto i cadaveri: un Gewutztraminer, un Vermentino, un Passito di Pantelleria e una terribile bottiglia di Sambuca Molinari. Perché alle donne piaccia l’anice, non lo so. Evidentemente possiede delle qualità organolettiche che si avvicinano… vabbè, lasciamo perdere.

Mi concentro su di lei. Non è ancora successo niente, e per questo è ancora più bello.

Abbiamo passato un’ora e mezza a parlare di tutto e di tutti, ridendo e schiamazzando come adolescenti. Flirtando come ragazzini in calore, ma timidi come liceali di clausura. Le parole lasciano lo spazio a un silenzio pieno di aspettative. Uno di quei silenzi gonfi di un imbarazzo che solo un gesto, un sussurro, una carezza possono rompere e trasformare o nel denso e carnoso rumore di due labbra che s’incontrano oppure nel secco e fragoroso schiocco di cinque dita che si stampano sulla faccia.

Avvicino la mia faccia alla sua e chiudo gli occhi.

E sento freddo.

 

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