Sushi per due | Quarta parte

- 29 Marzo 2012

Come nelle vecchie storie a bivi, il finale a questo punto lo puoi scegliere tu; oppure puoi scriverlo.

Finale cattivo.

Apro gli occhi e invece della sua faccia vedo una lattuga grande come un pallone da calcio, quasi completamente congelata. Gocce fredde meccanicamente mi cadono sulla guancia, un rivolo d’acqua si è formato sotto la bocca: acqua mista a sangue, a giudicare dal colore. La testa mi sta esplodendo. Madonna che male. Tutti gli uccellini del mondo cinguettano nelle mie orecchie, mentre un coro d’angeli gioca al girotondo sopra la mia calotta cranica. A fatica striscio fuori dal frigo e guardo l’ora.

Le 23. Il sushi è ancora sul tavolo, intonso. Mi tocco la testa e urlo di dolore mentre sento che la crosta si è già formata. Sono rimasto svenuto nel frigo più di un’ora. Mi è andata bene. Il dolore più forte, però, è al cuore. Lei non è mai venuta, non mi sono mai addormentato al suo fianco, non le ho mai tirato via il lenzuolo, scoprendola come uno scultore che pudicamente mostra il suo capolavoro al pubblico. Lei non mi ha mai parlato della sua famiglia, dei suoi veri gusti musicali e di quello che vorrebbe fare. Non ha condiviso sogni e sambuca con me. Non mi ha mai mandato nemmeno quell’sms, anche se è meglio controllare.

Mi allungo sul telefono.

Due nuovi messaggi.

Il primo: “È ancora valido l’invito per quel sushi?”.

Oddio. Non voglio leggere

Il secondo: “Va bene, ho capito: un silenzio vale più di mille parole”.

Mi ha anche rubato la battuta.

La richiamo. È tardi, non mi crederebbe.

Avvicino il dito. Cancella?

Ok.

Ma cancellare la mia vita, invece, cancellare queste ultime due ore come fossimo in Sliding Doors?

Non si può.

Finale buono.

La tazza del water non è esattamente come le sue labbra. Innanzitutto è fredda: me ne accorgo adesso che la sto abbracciando. Scena imbarazzante, da qualsiasi punto di vista. Ho avuto dei cessi di ragazza, ma mai come ragazza un cesso.

Devo essere caduto mentre facevo pipì. Mentre mi sognavo tutto, per la precisione.

Un rumore in casa. Il ritorno dei sushi striscianti? Più banalmente, i ladri?

Qualcosa di meglio.

Una testa fa capolino dalla porta. Una massa di capelli ricci, i suoi capelli.

“Cosa è successo? Ma dimmi tu! Preferisci la tua tazza a me”.

Poi entra, coperta solo dalla mia maglietta di Jeeg Robot d’acciaio che uso per pigiama. Non ricordavo che Jeeg avesse gli occhi così sporgenti; di sicuro non l’ho mai visto più bello di adesso.

È preoccupata.

”Stai bene? Dio, ho sentito un rumore terribile! Fabri, mi senti? Che cos’è quella faccia?”

Mi prende la testa tra le mani.

Avvicina ai miei puntaspilli i suoi occhi meravigliosi, stupendi non tanto per la forma e il colore (dettagli che tutti possono apprezzare) ma più che altro per quel misto di intelligenza, furbizia e malizia che li domina.

Posa la sua bocca sulla mia, ancora persa in un’espressione di tremebondo stupore.

Mi bacia.

Apro e chiudo gli occhi velocemente, cercando di catturare almeno uno scatto di questo momento prima che finisca, prima di svegliarmi senza pietà.

Labbra morbide e turgide. La sua lingua che si muove con un misto di timidezza e passione.

Non mi sveglio.

Mentre la bacio, sorrido.

Dio, come amo il mio gabinetto.

 

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