Sushi per due | Prima parte

- 8 Marzo 2012

Apro gli occhi con quel senso di spaesamento che mi prende tutte le mattine, in particolare quelle che seguono notti spese a fare a gara con me stesso a chi beve di più: dove sono? Ma soprattutto chi sono? E perché? Cerco di capire che giorno sia e di conseguenza cosa devo fare: l’ora è un optional. Le palpebre appiccicate si aprono con un rumore colloso, mentre con l’indice scavo nella narice alla ricerca di una prova geologica della mia esistenza.

Primo passo: sedersi sul letto.

Trascino le gambe fino a quando i piedi non si appoggiano al tappetino, una volta bianco, ora annerito dall’uso, dalla polvere, dal maledetto smog che penetra anche attraverso le fessure delle finestre. Mi dondolo per alzarmi, ma l’inerzia mi spinge nuovamente sdraiato e come una tartaruga mi ritrovo steso sul guscio, a pancia in su.

Mentre guardo il soffitto, leggermente fuori fuoco a causa delle lacrime che ancora appannano gli occhi, sento come un flebile fiato di vento provenire dalla mia sinistra.

Sicuro di aver chiuso la porta, mi volto lentamente.

Trattengo a stento un grido, mentre osservo una cascata di ricci castani muoversi su e giù a ritmo di un respiro generato all’evidenza non si sfugge – da un corpo umano attaccato a dei meravigliosi capelli. Accosto il naso alla misteriosa nuca e mi correggo: meravigliosamente profumati. Uno shampoo fruttato, il vago retrogusto di sigaretta, l’odore buono della strada. Forse anche un po’ del mio. Cerco di riprendermi da questo momento di romanticismo del tutto fuori luogo per capire qualcosa di più della mia esistenza. Ovviamente devo controllare che là sotto, nascosto tra le mie lenzuola, non ci sia un extraterrestre, o – dio non voglia – un terrestre del mio stesso sesso. Scosto leggermente le coperte che mi mostrano una spalla perfetta, liscia. La schiena nuda svela un corpo snello ma morbido, curve sinuose che si mischiano agli spigoli di una sana e naturale magrezza, rassodata da anni di un qualche sport noiosamente femminile (tiro a indovinare: nuoto e danza).

Quando lo sguardo arriva in fondo (e va bene, confesso, ho barato: sono partito da lì e poi risalito. D’altronde anche Dante ha fatto lo stesso, no? ) un sedere sodo e delizioso mi rassicura sui miei gusti in fatto di donne anche quando sono ebbro.

È ora di schiarirsi la voce e parlare un po’ con me stesso. “Pensa, Fabrizio! Pensa!”.

Riporto l’orologio mentale a ieri sera.

Ore 21: esco dall’ufficio.

Ore 21,30… 21,30? Ah, sì, passo dal mio solito spacciatore a ritirare la roba per festeggiare degnamente l’ennesima serata in solitudine. Come spesso accade, mi fornisce una primizia: in mezzo al salmone appena filettato e al tonno che tanto mi piace, mi mette anche due ostriche, cadeaux nipponici al cliente numero uno del sushi bar di quartiere.

Interludio.

È qui che i ricordi si fanno sfumati. Serro gli occhi e inghiotto i fiotti amarognoli che il mio stomaco gentilmente mi ripropone. Dal gusto direi che sono caduto nell’errore più stupido: la mescolanza. Sushi, salsa di soia, vino bianco (forse un Gewutztraminer), grappa, whiskey e… oddio. Ecco cos’era quel sapore disgustoso: la famigerata Sambuca. Non male, per uno che si crede allergico all’anice. La curiosità di capire chi o che cosa mi abbia convinto, persuaso, forse costretto a mandare giù l’unico liquore che mi fa davvero schifo è forte. Ma, prima di scostare definitivamente questo velo di Maya, di affrontare lo shock che il volto di questa creatura potrebbe provocare, devo assolutamente rimettere i pezzettini del puzzle al loro posto.

 

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