Occhi a sogni aperti #11

- 12 Marzo 2012

occhi a sogni aperti

 

A PORTE CHIUSE: COSE = CASA ?

To me the 21st century should be art without objects. That’s the truth. It’s the most effective thing. We hide behind the stuff, too much stuff. Stuff, stuff, stuff. When I sell my loft, or my house, wherever I am, I sell it with everything in it. I don’t want the memories. There is too much weight. I want always a new life.
(Marina Abramovich)

Chi entra nella mia camera di solito dice che è come entrare in un museo: sono un’accumulatrice di ricordi, di oggetti, di foto. Ed espongo tutto in camera. Alcuni mi hanno detto che sembro soffrire di horror vacui. Ma è davvero possibile liberarsi dagli oggetti? Cambiarli ogni volta che si inizia una nuova fase della propria vita – come fa Marina Abramovich – non attribuisce comunque loro una valenza simbolica? Se per cambiare vita ho anche bisogno di rinnovare il posto in cui vivo e le cose che mi circondano e le abitudini a loro legate, questo non ne sottintende un valore che rende le cose più di semplici cose?
L’unica cosa che mi è sempre piaciuta dell’estenuante ricerca di una casa da affittare è la possibilità di entrare, anche se per pochi minuti solamente, in microcosmi di altre vite. Quanto si capisce da quello che c’è nel frigorifero di una persona? Da quali oggetti sceglie di esporre sugli scaffali, dai libri che legge, dalle scarpe che spuntano da sotto il letto, dal disordine, dall’ordine, da come si muove nel suo spazio, dalle sue abitudini più intime e familiari?


HUIS-CLOS: L’INTIMITÀ DEI GESTI QUOTIDIANI

Huis-Clos è un progetto nato dalla collaborazione della fotografa francese Amélie Chassary con la visual artist Lucie Belarbi e riflette proprio sul legame che ognuno ha con il posto che occupa e gli oggetti di sua proprietà. Il nome stesso del progetto, tratto dall’opera omonima di Jean-Paul Sartre, quasi intraducibile in italiano, significa “a porte chiuse”, indica l’intimità che si cela dietro le porte chiuse di una casa, di una stanza, di una famiglia. Le persone ritratte nella serie Huis-Clos ripetono gesti propri di un’intimità naturalista calati in un’esteticamente curatissima mise en scène. Il personaggio, i suoi gesti, i materiali, le stoffe, gli oggetti e la loro disposizione ripercorrono il filo che lega i personaggi alla loro quotidianità, fino a fonderli insieme. Noi siamo loro, loro sono noi, i gesti che compiamo ci dissolvono nello sfondo.


A GIRL AND HER ROOM

Rania Matar è una fotografa libanese e per la sua serie di foto A Girl and Her Room è entrata nelle camere delle adolescenti, si è infiltrata nel bozzolo in cui le ragazze di tutto il mondo scelgono di rifugiarsi, fra i loro oggetti, poster, foto, vestiti, soprammobili, lucidalabbra, graffiti, peluches. Mondi interi concentrati in pochi metri quadri.


NEGLI ARMADI DEI MILANESI

Il fotografo milanese Pietro Baroni col suo progetto Milan Closets ha scelto invece di concentrare la sua invadenza alle case dei milanesi, ma senza limitazioni di sesso o di età. Le persone che popolano Milano e come scelgono di arredare il loro rifugio.

Per quanto possiamo cercare di liberarci dalla dipendenza dagli oggetti, in un mondo fatto di oggetti, ciò che compriamo, possediamo e di cui ci circondiamo definisce chi siamo. Anche scegliere di non possederne è una scelta che significa qualcosa.  Le abitudini legate ai nostri oggetti modellano la nostra vita, fanno di una stanza la nostra stanza, di una casa la nostra casa.

 

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