Miticherie #2

- 7 Marzo 2012

La Chimera, l’innocua accozzaglia della Licia

Originaria dell’Asia Minore, allevata in Licia sulle pendici di un vulcano pestifero, figlia di Echidna e Tifone e, nell’ordine, sorella di Cerbero, dell’Idra di Lerna, di Medusa la Gorgone, dell’aquila mai inappetente che misero a tormentare Prometeo e di Scilla, la Chimera è un po’ la vergogna della sua nobile stirpe.

La madre – ninfa dalla vita in su, serpentone dalla vita in giù, creatura immortale dalla testa alla punta velenosa della coda – aveva messo al mondo i più ributtanti mostri della mitologia greca, senza mai smettere di combattere il fulgido Zeus. Sempre al fianco della battagliera consorte, Tifone – ultimo discendente di Gaia e Tartaro – era un ammasso di cupe spaventosità: alto come il firmamento, cosparso d’ali e di scaglie, Tifone era per metà fatto a uomo e per metà composto di spire viperine, che si lasciava frullare tutt’intorno al capo con cattiveria inaudita e gran fiammeggiare di pupille. Perché sì, Tifone lanciava fiamme dalle palle degli occhi.

Ecco.

Immaginiamo lo scoramento dei due portentosi generatori di mostri quando s’accorsero di aver prodotto una leonessa con la coda di serpente e una capra piantata in mezzo alla schiena. Chimera non fu gettata dalla rupe per direttissima solo perché, proprio quando era sull’orlo del baratro, ebbe il buonsenso di sputare fuoco, riscaldando un po’ le spire serpentine che serravano i cuori degli scoraggiati parenti.

“Tifone, hai visto? Tua figlia è riuscita ad arrostire quel cespuglietto! Fa del fuoco… e non buttiamocela subito, nel crepaccio, che magari migliora con l’età”.

“…tua figlia un corno. In casa mia, di capre non se ne sono mai viste”.

E via così.

Insomma, Chimera crebbe senza incoraggiamenti e senza lodi, circondata dalla più compatta perplessità. E lei stessa, così conciata, non sapeva bene che fare. Comportarsi da leonessa, azzannando, dilaniando e squartando? Comportarsi da serpente, acquattandosi sotto le rocce umide e cercando il silenzio delle grotte più profonde? Fare la capra, saltellando sui sassi, scalando pareti verticali e mangiando le camice di lino stese ad asciugare? Che diamine ci si aspettava da lei? Ruggire? Sibiliare? Belare?

Nel dubbio, Chimera mise da parte l’ambizione, scivolò pacatamente in un gorgo di disordini della personalità e decise d’intraprendere una carriera poco impegnativa: scelse di portare sfiga. Partì verso una pianura dimenticata e ci si piazzò in mezzo, incenerendo di tanto in tanto qualche casupola pericolante, ed ergendosi, per quanto le era possibile, a presagio di sventura. Si specializzò – del tutto arbitrariamente – in tempeste, naufragi e disastri naturali, con una predilezione per le eruzioni vulcaniche. Era così poco credibile che la lasciarono là da sola per anni, a devastare paesaggi disabitati e noiosi, senza che nessuno si prendesse nemmeno la briga di andarle un po’ più vicino per capire com’era fatta. Cronachisti e dotti più o meno miopi la descrissero in una miriade di maniere, incapaci di decidersi sulla collocazione della testa di capra – ma, era in mezzo alla schiena o su una spalla? – o sulla lunghezza della criniera di leonessa – ma, non sono i maschi ad avere la criniera lunga? Perbacco, qual sortilegio è mai, una leonessa dalla criniera di leone?

L’amara verità è che a nessuno interessava granché.

Un bel giorno, però, un giovanotto fece amicizia con un portentoso cavallo alato. Lo addomesticò e ci andò un a spasso per mezzo mondo, vantandosene senza requie e senza il minimo senso del pudore. Si vantò così fastidiosamente da indispettire il re della Licia, che per levarselo finalmente di torno gli ordinò di farci qualcosa di utile, con quel benedetto cavallo volante. Bellerofonte accolse il rimprovero con la sicumera che caratterizza, da tempo immemore, ogni scialbo figlio di papà che ha ricevuto per il compleanno la macchina grossa. Per far capire a tutti che la macchina la sapeva anche guidare, Bellerofonte promise a mari e monti che avrebbe neutralizzato il più feroce mostro della regione, la riservata e confusissima Chimera, ignorata dai più e temuta da nessuno. Pur di spingerlo fuori dalle mura delle città, tutti quanti gli dissero che andava bene, gli misero in mano un paio di picche e tre frecce spuntate gli augurarono tante care cose.

E purtroppo, finì proprio col trionfo di Bellerofonte e l’incresciosa dipartita di una bestia schizofrenica e fondamentalmente innocente. Il bellimbusto, in sella al suo pettinatissimo MiniPony, planò sulla Chimera e la trafisse con una lancia, in scioltezza, senza un graffio, una bruciacchiatura o un livido.

Niente duello epico. Un colpo secco e ciao.

Una tristezza infinita.

L’anticlimax più mesto dell’intero mondo ellenico.

“Esaltato e cavallo volante trucidano mostro di nicchia”, titolarono i giornali il giorno successivo all’impresa.

Ma ci piace pensare che per la Chimera fu un sollievo, la meritata liberazione dopo una vita di confuso imbarazzo e spiacevoli equivoci morfologici: “era troppo eterogenea – ci conferma il sempre saggio Borges -; il leone, la capra e il serpente (in certi testi il drago) sopportavano male di trovarsi riuniti in una sola bestia” e col tempo, la chimera tende a diventare “il chimerico”, l’idea di una fantasia impossibile… un (felice) scherzo dell’immaginazione.

 

2 commenti su “Miticherie #2

  1. 1

    Un talento sprecato, avrebbe potuto attirare capre, avvelenarle con un morso della coda e mangiarle con la bocca leonina, e oggi la ricorderemmo per averci privato del caprino da mettere insieme allo speck nel panino. Sarebbe nella top ten dei mosri più devastanti della storia della mitologia, evidentemente aveva un manager da quattro soldi.

  2. 2

    Un commosso ricordo per la povera confusa Chimera.
    Un applauso per te, che sei brava, ma brava assai!
    E un calcio nel sedere al fighetto equinomunito.