La neve scricchiola 4

- 27 Marzo 2012

Decisi di reagire quando mi resi conto che la paura ossessiva che il cellulare squillasse spazzava via ogni altro pensiero. Allora andai a sporgere denuncia contro ignoti.

Non ero mai stata in una caserma, e non riuscivo a dissipare la sensazione di essere io la colpevole, ma mi costrinsi ad andare fino in fondo anche quando, seduta davanti a un maresciallo, mi accorsi di arrossire come una sgualdrina. Ero certa che avrebbe fatto delle allusioni, il carabiniere: che mi avrebbe chiesto se avessi un amante, se fossi in una posizione sordida che suscitasse il comprensibile disappunto di qualcuno. Ma lui, un meridionale pacato di mezza età, indulgente e scaltro, non lo fece. Sentivo che era dalla mia parte, e fu una cosa che mi meravigliò piacevolmente.

Sbarrai il portone e salii le scale. Quando rientrai nella mia mansarda, illuminata dai lampioni del viale, scorsi di nuovo, contro i vetri delle finestre, le sagome degli alberi striate di un bianco lunare. Senza accendere la luce posai la sacca con le mie copie sul tavolo della sala, e cautamente tirai fuori i dieci tascabili. Li impilai e pensai a quanto mi fosse costato farmi scrittrice. Cavai il cellulare spento dalla tasca, lo sbirciai incerta e mi dissi che lo avrei acceso più tardi, sicura che sarei stata inondata di avvisi di chiamate anonime.

Negli ultimi tempi il molestatore chiamava anche al fisso. Uno squillo al cellulare e uno al fisso, uno al cellulare e uno al fisso, con un’insistenza aggressiva che voleva ribadire una prossimità e un’intimità con me che mi riempivano di disgusto. Il maresciallo mi aveva telefonato il giorno del mio arrivo a Bologna, aveva i tabulati. Sono a una fiera dell’editoria, gli avevo risposto. Aveva esitato, confuso: forse non sapeva cosa fosse una fiera dell’editoria. Venga appena torna. Sono in servizio tutti i pomeriggi questa settimana, aveva detto. Una voce pacata. Quasi dolce. Era strano che, in tutta la faccenda, l’unico che mi avesse aiutata fosse questo estraneo bruno in uniforme.

Accesi il cellulare, e una raffica di avvisi di chiamata martellò il silenzio. Il display del fisso lampeggiava. Domani sappiamo chi sei, stronzo!

Esultai, mentre una scarica di pulsazioni segnalava un guasto nel mio petto.

L’inquietudine si ripresentò subito dopo, catalizzata dal leggero e inaspettato movimento che avvertii alle mie spalle: Ho paura ad affrontare anche questo da sola…

La massa sullo schienale del divano si espanse e inarcò. Era la mia gatta, Umana, che mi zampettò incontro, felice che fossi tornata a casa. Riconoscendola riaffiorai a una realtà che esigeva d’essere affrontata con durezza. Mi avvicinai alla finestra; Umana zompò sul davanzale e mi assestò una testatina al mento. Il vento era saturo di neve polverizzata. Non sarà sempre così, tentai di rassicurarmi. La metafora del disgelo imminente era un’ovvietà, certamente, ma mentre carezzavo Umana mi dissi che quella sera mi sarei concessa di sperare in una cosa banale.

 

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