La neve scricchiola 3

- 20 Marzo 2012

Fu proprio in presenza di Francesca, scesa in Abruzzo per presentare un suo libro, che il molestatore passò all’azione, modificando il suo modus operandi.

Eravamo in macchina, in un parcheggio, quando il mio cellulare suonò. È il maniaco, commentai, leggendo sul display la scritta ANONIMO. Risposi, preparata a interpretare mio malgrado il copione che mi era stato imposto – chiedere chi fosse, non avere risposta, riagganciare – ma quello sussurrò qualcosa. Interruppi la comunicazione e mi lasciai cadere in grembo il cellulare. Ha parlato, spiegai a Francesca, che mi guardava allarmata. E che ha detto? Non lo so. Ha mormorato qualcosa, non ho capito. Ma era un uomo o una donna? Non lo so, sembrava un uomo. Immancabilmente arrivò il secondo squillo. La mia amica agguantò il cellulare e con perentorietà veneta rispose: Pronto!  Ciao!. Il tormentatore non se l’aspettava, riagganciò, e per un po’ non chiamò più.

Immaginavo cosa stesse accadendo nella sua testa. La presenza di una testimone l’aveva intimorito. Ma presto, in preda alla sua psicosi, avrebbe assorbito il fatto, trasformandolo in un qualcosa di eccitante: poteva dimostrare il suo potere e la sua intimità con me a un’altra donna. Probabilmente si masturbava fantasticandoci, mi dicevo nauseata.

In quei lenti mesi fatti di rimozioni e negazione il mio atteggiamento era mutato.

Inizialmente, quando venivo molestata, tendevo a cancellare l’episodio. Si trattava di uno dei ragazzi del carcere, certo…o di un bislacco che componeva un numero a caso, e neppure mi conosceva. Col passare del tempo, però, mi fu sempre più difficile ignorare che uno squilibrato era ossessionato da me. Adesso, appena il cellulare squillava, una scarica di pulsazioni segnalava un guasto nel mio petto: avevo paura. Io, che ero sempre vissuta da temeraria, iniziai ad abbassare tutte le sicure dell’auto prima di mettere in moto. Mi accertavo che il portone di casa fosse ben chiuso prima di uscire, mi guardavo alle spalle.

La mia vita non era certo facile, prima che iniziassero le molestie. Essere l’amante di un uomo sposato da anni, scrivere racconti erotici, avere quasi cinquant’anni e dimostrarne trentacinque, cavarsela da sola come un maschio: non sono cose che si perdonano a una femmina, dalle mie parti. Chiunque avrebbe potuto dire che me l’ero cercata, e sebbene il fatto che qualcuno potesse pensarla così mi facesse soltanto ridere, in un recesso dolente della mia anima provavo vergogna. La notte ero assalita dal ricordo della prima e unica volta che avevo sentito il maledetto sussurrare. Da allora non avevo più il coraggio di rispondere, ma era ancora peggio, perché non facevo che chiedermi se quel sussurro fosse un’oscenità, o una minaccia.

 

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